120 battiti al minuto: Robin Campillo sceglie un tempo musicale, quello della house music, ma anche il ritmo del cuore umano, per definire sia l’identità temporale che la profondità morale del suo nuovo film. Il periodo è quello dei primi anni ‘90, e il luogo è Parigi, campo di battaglia in cui il collettivo Act Up lotta per vedersi riconoscere un minimo di rispetto e di visibilità. Sono gli anni in cui l’AIDS colpisce la Francia molto più degli altri paesi europei, ma la società ancora rifiuta di vedere l’emergenza sanitaria che ha sotto gli occhi, preferendo emarginare i malati. Di conseguenza, il governo non prende le misure necessarie per tutelare categorie disprezzate come omosessuali, drogati e carcerati.

I ragazzi di Act Up, guidati da Thibault (Antoine Reinartz), accolgono a braccia aperte alcuni nuovi membri, fra i quali c’è il giovane Nathan. Interpretato da Arnaud Valois (Quello che gli uomini non dicono), Nathan si ritrova subito proiettato in un mondo di manifestazioni, sit-in e altre azioni di disobbedienza civile: ogni mezzo è lecito per attirare l’attenzione sulla causa. Fra uno slogan e un lancio di sangue finto, Nathan inizia una relazione con l’attivista sieropositivo Sean (Nahuel Perez Biscayart).

É una Parigi fredda e metallica quella in cui si muovono i protagonisti, illuminata ora dalle luci al neon delle aule in cui Act Up organizza le sue assemblee, ora da quelle stroboscopiche dei locali in cui i giovani attivisti vanno a ballare e a dimenticare, per qualche ora, che rischiano la vita ogni giorno. In mancanza di farmaci adeguati ci si aggrappa a trattamenti che sono peggiori della malattia stessa, e che spesso non funzionano, come nel caso di Jeremie (Ariel Borenstein): la morte improvvisa del giovane attivista esaspera i suoi compagni, portandoli a decisioni estreme e persino a scontrarsi fra loro.

Oltre che regista, Campillo è anche autore e montatore di 120 battiti al minuto, e unendo la sua esperienza di prima mano in Act Up con una cura amorevole per i dettagli, in particolare le transizioni da una scena all’altra, costruisce un racconto che è al tempo stesso poetico e quasi documentaristico. Non è certo un film perfetto: molte scene, per quanto ben legate fra loro, stridono per i contenuti contrastanti. I momenti in discoteca, per esempio, ci danno sempre la sensazione di essere finiti, per qualche secondo, in un’altra pellicola; e la storia d’amore fra Nathan e Sean, cominciata proprio grazie ad Act Up, per gran parte del film procede in parallelo alle vicende del gruppo, senza intersecarle. Questa distinzione fa anche sì che ci sia un netto squilibrio fra la prima parte, incentrata sul movimento di protesta, e la seconda, più intima e focalizzata sul rapporto fra Nathan e Sean.

Quest’ultimo è senza dubbio il più interessante fra i due: grazie al carisma e alla bravura di Biscayart, Sean risalta in contrasto con il Nathan di Valois, protagonista di fatto, ma pressoché inespressivo. Le scene migliori in assoluto non riguardano però la coppia, ma il collettivo stesso, specialmente durante le riunioni forse troppo lunghe, ma scritte magistralmente e affollate di personaggi che rimpiangiamo di non aver conosciuto meglio. Un esempio è Sophie, una dei leader del gruppo, interpretata dalla bravissima Adele Haenel (The Fighters, La ragazza senza nome); un altro esempio è Catherine Vinatier nei panni di Helene, madre del giovane emofiliaco Marco che aggiunge al novero dei malati di AIDS un’altra categoria, quella di chi ha inconsapevolmente ricevuto trasfusioni di sangue infetto.

Nonostante i difetti, 120 battiti al minuto è un film potente, con un messaggio che non può passare inascoltato; non a caso al Festival di Cannes ha ottenuto il Grand Prix, il Premio Fipresci e la Queer Palm, ed è il candidato francese per l’Oscar 2018 al miglior film straniero.

Lo scopo di Act Up è stato quello di superare l’indifferenza: ecco, in questo, il film di Campillo ha certamente successo.

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Aspirante sceneggiatrice, ha una dipendenza da popcorn e non sa vivere senza una tastiera. Nel tempo libero pratica il binge-watching e si rende impopolare snobbando Sorrentino. Estimatrice di fantasy e sci-fi e appassionata di cinema d'animazione, è portatrice sana di sindrome di Peter Pan.

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