Suspiria, capolavoro del maestro dell’horror Dario Argento uscito nelle sale il 1 febbraio 1977, sta per  compiere 40 anni! Per omaggiare questa ricorrenza il film, distribuito da QMI/Stardust e Videa e restaurato in qualità 4K , verrà proiettato nei cinema per le prossime tre serate, dando modo ad appassionati e non di vivere l’esperienza unica e irripetibile di goderselo sul grande schermo. Il film con protagonista Jessica Harper nel ruolo della ballerina Susy Bannon (o Banner, o Benner a seconda delle versioni) rappresenta il maggior successo internazionale di Argento, ancora più di Profondo Rosso (1975), al punto che quando quest’ultimo film uscì in Giappone (con anni di ritardo rispetto all’Italia) fu assurdamente rinominato Suspiria parte II.  Ma quali sono le peculiarità che rendono questo film, ancora oggi, un capolavoro della filmografia di Argento e dell’horror in generale? A cosa si è ispirato il regista per inventare la storia dell’Accademia di danza di Friburgo che cela in realtà una letale congrega di streghe? Entrando nel merito c’è da precisare che faremo più di uno spoiler, ma viene da chiedersi se c’è davvero qualcuno che non ha mai visto questo film, magari durante una classica maratona horror di Halloween, uscendone normalmente terrorizzato.

Come per altri film del regista, una particolare menzione meritano le musiche dei Goblin, qui alla loro seconda collaborazione con Argento dopo Profondo Rosso, la cui colonna sonora aveva già rappresentato qualcosa di estremamente innovativo per il genere, oltre che terrificante specialmente se rapportate a quelle scarne e un po’ jazz dei primi film di Argento (non molto incisive, sebbene firmate dal genio Ennio Morricone). Con Suspiria i Goblin si spingono ancora più avanti, fondendo con il classico tema da carillon angoscioso un vero e proprio repertorio rumoristico a tratti quasi assordante. Il missaggio della colonna sonora e dei suoni è stato un momento di vera e propria sperimentazione al quale lo stesso regista ha preso parte, e che comunque gioca un ruolo concreto nel tessuto narrativo del film: i sospiri del titolo sono quelli della potentissima e terribile Elena Markos, la strega fondatrice dell’Accademia, in realtà un’orrenda vecchia che, sdraiata su un letto nascosto dietro un velo semitrasparente, emette per l’appunto sospiri e gemiti gutturali che risuonano in tutto l’edificio, rivelando la sua demoniaca presenza.

Suspiria rappresenta la prima incursione di Argento nel genere horror, dopo i suoi primi quattro film. Nella recente autobiografia Paura (Einaudi, 2014) il regista racconta il periodo in parte euforico, in parte segnato da depressione e manie suicide, che condusse alla stesura della sceneggiatura. Nonostante il film sia tratto dal romanzo onirico Suspiria de Profundis dello scrittore inglese Thomas de Quincey, la compagna del regista Daria Nicolodi ebbe un ruolo centrale nell’ideare molte idee alla base della sceneggiatura, ottenute rielaborando veri e propri suoi incubi. Nicolodi avrebbe anche dovuto interpretare la protagonista, ma Argento le preferì Jessica Harper, determinando l’inizio della crisi che portò alla rottura della loro relazione. Dato che il romanzo di Quincey narra la storia di tre “Madri del Dolore”, non di una sola, Suspiria diventerà il capostipite di una trilogia che Argento proseguirà con Inferno (1980) e La terza madre (2007), entrambi inferiori al predeccessore. Inferno, pur non privo di sequenze memorabili, ha il suo punto debole nella sceneggiatura che appare più un’accozzaglia di suggestioni che un racconto compiuto, mentre La terza madre rappresenta un ritorno alle atmosfere anni ’70 gradito dai fan del regista ma a dire il vero poco originale e molto splatter, oltre che un po’ sconclusionato nei suoi richiami tra il satanico e il mistico che c’entrano poco con i film precedenti. In Suspiria invece tutto è irrazionale ma coerente, fino alle inquadrature come questa, in cui per richiamare l’atmosfera di fiabe come Alice nel paese delle meraviglie Argento ha avuto l’idea di spostare in alto la maniglia della porta in modo da rimpicciolire la protagonista.

I conoscitori della filmografia di Argento sanno che quasi tutte le sue opere posteriori agli anni ’80 continuano, in modi diversi, a riproporre essenzialmente due generi: uno è il giallo/thriller inaugurato con L’uccello dalle piume di cristallo (1970) e perfezionato con Profondo Rosso (1975), l’altro è proprio l’horror esoterico inaugurato, o reinventato, con Suspiria. Da questo punto di vista, se film come Trauma (1993) e Nonhosonno (2000) appaiono, pur nella loro coerenza interna, figli palesi di Profondo Rosso, di Suspiria si trova certamente l’eco soprattutto nel successivo Phenomena (1985), su vari aspetti: la centralità della protagonista femminile, l’ambientazione “collegiale” e anch’essa prevalentemente femminile, il sonnambulismo che genera inquietanti avventure notturne nell’edificio, l’elemento magico/favolistico del bosco, perfino alcune sequenze come l’invasione improvvisa del collegio da parte di orribili larve. Il tutto trapiantando la location dalla Germania alla Svizzera:

Filmando con una pellicola Kodak da 30-40 ASA a scarsa sensibilità, sviluppata tramite macchinari già in disuso nel 1977 e i cui ultimi esemplari furono recuperati dal regista e dal direttore della fotografia Luciano Tovoli alla Technicolor di Roma, Argento ottenne per Suspiria una fotografia del tutto particolare, dai colori primari estremamente vividi (soprattutto il rosso acceso, ma anche il verde e il giallo ocra), che a suo dire intendevano rievocare le atmosfere del disneyano Biancaneve e i Sette Nani. In effetti la regina Grimilde del celebre cartoon incarna, nel mondo del cinema, l’inquietante archetipo della strega cattiva, rendendosi protagonista di scene estremamente inquietanti come il momento della sua trasformazione:

Dal punto di vista stilistico, inoltre, Argento si rifà significativamente al cinema di Mario Bava, che collaborerà attivamente al successivo Inferno, ma anche e soprattutto agli horror anni ’60 di Roger Corman tratti dai racconti di Edgar Allan Poe, di cui cita a piene mani intere sequenze. Un esempio su tutti: l’incendio finale dell’accademia infestata dalle streghe riprende palesemente quello della dimora votata al male, come i suoi abitanti, ne I vivi e i morti (House of Husher, Roger Corman, 1961):

Una delle scene più celebri di Suspiria, che permette di cogliere sia l’uso del colore a cui facevamo riferimento poco fa sia la martellante e rumoristica colonna sonora, è il doppio delitto iniziale di due ragazze. Una è Pat, fuggita di notte dalla terribile accademia: l’altra è l’amica da cui Pat cerca di rifugiarsi, all’interno di un deserto e tenebroso, oltre che esageratamente barocco, albergo. Le ragazze vengono letteralmente massacrate da una presenza demoniaca che lo spettatore ancora non può assimilare alla terribile strega Elena Markos, né ad alcun precedente assassino dei film di Argento. Qui si realizza infatti il distacco esplicito del regista dal giallo e dalla sua logica narrativa; in un primo momento lo spettatore, nonostante veda che il braccio dell’assassino è insolitamente nudo, irto di peli e provvisto di mostruose unghie, è ancora legato all’idea di una scena di delitto concepita in modo razionale. Questo fino al momento in cui la prima vittima, Pat, si sposta dall’interno dell’appartamento alla soffitta dell’edificio, situata al di sopra di un variopinto lucernario, in modo inspiegabile e senza alcuna soluzione di continuità, creando di fatto uno stacco di montaggio del tutto assurdo se non interpretato alla luce del carattere irrazionale del racconto; Pat viene poi pugnalata ripetutamente al cuore, che appare in piena vista e continua a battere, ferito, rivelando ancor più esplicitamente la mancanza di pretese realistiche.

Jeffery Deaver, acclamato autore de Il collezionista di ossa e amico personale di Argento, ha dichiarato che Suspiria, in particolare con questa scena, è uno dei film che più lo hanno colpito, anche per la presenza di una sorta di “estetica del delitto”, come si nota dall’inquadratura finale in cui il cadavere, il pavimento, il sangue e i vetri rotti formano una specie di enorme dipinto astratto.

Progetti come il ritorno al cinema di Suspiria riscaldano i cuori dei fan di Argento, un po’ raffreddati dalle deludenti e a tratti incomprensibili prove di Giallo (2009) e Dracula 3D (2012). In attesa non troppo spasmodica del futuro Sandman, realizzato in collaborazione con il cantante Iggy Pop, possiamo rifarci gli occhi con questo classico le cui inquadrature, cesellatissime, furono a quanto pare concepite all’insegna del progetto di non fare due sole uguali in tutto il film.

Non si capisce molto, vista l’iconicità intramontabile di Suspiria, il senso di un progetto di remake (a cui pare abbia collaborato lo stesso Argento) prima proposto e poi accantonato dal regista David Gordon Green, e più recentemente ufficializzato dal regista Luca Guadagnino; Suspiria è il secondo film, dopo L’uccello dalle piume di cristallo, di cui Argento cede i diritti cinematografici. Così come pare sarà ispirata a Suspiria la serie TV Cattleya diretta dallo stesso Argento, in via di produzione, Suspiria de Profundis.

Ma si tratta progetti ancora in corso, finora esiste solo la magia dell’originale. Suspiria verrà proiettato nelle sale il 30 e 31 gennaio e il 1 febbraio. Se non volete dormire sonni tranquilli, fateci un salto.

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About Author

Mi chiamo Alfredo Marasti e sono nato a Pescia (Pt) il 10 marzo 1990. Oltre a scrivere articoli di vario tema (politica, costume, cinema) e recensioni, mi sono occupato di scrittura e cinema nel mio percorso di studi (prima Lettere Moderne, poi Scienze dello Spettacolo); percorso che è sfociato nella pubblicazione di un libro, "Storia e rappresentazione: come il cinema italiano ha raccontato il fascismo", edito da Affinità Elettive (Ancona). Il cinema è anche una passione a cui mi sono dedicato attivamente, partecipando ai corsi della Scuola di Alta Formazione per sceneggiatori cinetelevisivi che ho seguito a Roma nell'anno 2014/2015 e girando due film indipendenti, "Ivardùsh - fascisti di oggi" (2013) e "Due per due" (2016).

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