A Beautiful Day – in originale You Were Never Really Here – ultimo lavoro di Lynne Ramsay (E ora parliamo di Kevin), si pone certamente in un contesto che potrebbe spiazzare il pubblico meno abituato alla sala, e non per un fattore legato alla trama quanto per il suo tentativo di ritorno a quel cinema di natura psicologica che chiedeva (e chiede) allo spettatore un piccolo sforzo di decodifica del testo; caratteristica oggi rarissima in una distribuzione legata all’intrattenimento, esteticamente e non.

Nel film Joaquin Phoenix è un veterano di guerra, e non importa di quale in fondo, che nella vita ha scelto di essere un sicario. Si ritroverà a salvare una ragazza da un giro di prostituzione minorile e dietro una delle sue missioni si celerà qualcosa di più grande del solito.

Inutile girarci attorno, parte della riuscita del film è dovuta alla massiccia e titanica presenza di Phoenix, anche grazie all’assenza di controparti o attori che possano anche minimamente reggere il confronto (a parte la bambina, il resto del cast si muove sullo sfondo della vicenda in maniera non del tutto rilevante nel percorso del protagonista o degli eventi). Qui l’attore, nei panni del protagonista Joe, gioca un doppio ruolo, interno ed esterno alla narrazione: fuori ne vediamo la rabbia, le cicatrici e il dolore che gli anni hanno scolpito nel suo corpo gonfio e livido, dentro invece una pessima infanzia e un continuo desiderio di morte che induce spesso al pensiero del suicidio. E proprio in questo spazio si pone l’intera struttura del film, su una natura perturbante che tutti possediamo ma che raramente si manifesta, a meno che non si abbia vissuto un’esperienza simile a quella del veterano Joe. La morte, tanto desiderata dal protagonista, benché si riveli un paradosso per molti, è un chiaro e lucido tentativo di fuga da qualcosa che va oltre ogni logica ed è forse la prova che nemmeno il cinema riuscirà mai ad imitare veramente la realtà, in tutto il suo terrore.

La violenza di A Beautiful Day non è del tutto visibile ma solo percepita, letteralmente spiata a volte, in altre parole non è spettacolarizzata. Perché la violenza del film non è esplicita ma latente nei gesti e nei movimenti del suo anti-eroe, un uomo come tanti che dopo aver completato la sua missione ne cerca un’altra, mentre tutto il mondo gli rema contro. Allora forse dovremmo ritornare al punto di partenza e capire che Joe ha in effetti una controparte. La città, l’indifferenza, la violenza e l’odio sono la sua ombra ed è il mondo a proiettarla. Joe è il frutto del reale, una scheggia impazzita che deve trovare uno scopo, ma quale?

Nonostante qualche limite narrativo dovuto all’eccessiva e metaforica scelta di certe sequenze, il film si lascia guardare grazie alla sua apparente semplicità che solo lo spettatore meno distratto potrà cogliere. La sua struttura è chiara infatti sin da subito e il valore della pellicola non è da ricercare nella sua estetica ma nella sua etica, senza per forza fare paragoni forzati con altri film (si è sentito spesso il paragone con il Taxi Driver di Scorsese). Ogni generazione ha il “suo” Vietnam e il “suo” Iraq e ogni individuo è costretto a combattere per qualcosa o per qualcuno, anche senza andare in territorio nemico. Ma se quel territorio siamo noi stessi, allora la faccenda si fa più complicata. Joe questo lo ha capito, e anche se non importa a nessuno della sua esistenza bisognerà accettare se stesso e l’altro, ed è per quel piccolo legame che si crea che bisogna continuare a combattere.

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Da sempre cerco di distaccarmi da ogni moda e tendenza esistente, di fatto illudendomi. L'imprinting melodrammatico datomi dalla visione del Re Leone in tenera età mi ha permesso di crearmi categorie estetiche che a stento riesco e modificare. E poi mi lamento se sto antipatico a tutti. Complessato peggio di Bergman, logorroico come Allen, cerco di essere intelligente come Kubrick. Purtroppo mi riescono bene solo le prime due cose.

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