La colonna sonora, si sa, è il punto di forza di un buon film horror. Ma il silenzio, come insegna A Quiet Place, può essere ancora più terrificante. In un ipotetico 2020, la Terra è invasa da creature aliene che cacciano e uccidono qualsiasi cosa produca rumore. I coniugi Evelyn e Lee, insieme ai loro due figli, sono sopravvissuti comunicando grazie alla lingua dei segni, nota a tutta la famiglia a causa della sordità di Regan, la figlia maggiore. Camminare su percorsi di sabbia e coltivare il proprio cibo li ha tenuti in vita, ma la gravidanza di Evelyn rappresenta un nuovo pericolo.

Scritto e diretto da John Krasinski, che interpreta anche Lee, A Quiet Place ha un effetto dirompente sullo spettatore: i suoi novanta minuti sembrano dilatarsi in un crescendo continuo di tensione che culmina nel finale, non del tutto imprevedibile ma comunque estremamente soddisfacente. Ai pochi, classici jump scares si somma una suspense fondata sull’attesa del disastro, che puntualmente arriva. Un’atmosfera di terrore abilmente creata con il prologo, che è brutale e incisivo nell’illustrare le “regole del gioco”, e che allo stesso tempo tratteggia in pochissime scene i caratteri dei protagonisti.

La famiglia: è questo il vero cuore del film, una famiglia che si percepisce come vera e credibile grazie ai pochi momenti di relativa tranquillità e intimità casalinga, e ai conflitti che la attraversano. Il realismo è enfatizzato dal fatto che Krasinski e Emily Blunt, che interpreta Evelyn, sono una coppia anche nella vita reale, così come la giovane Millicent Simmonds, che dà il volto a Regan, è davvero non udente. Tutto il cast supera a pieni voti la prova della quasi totale mancanza di dialogo: mentre John Krasinski esprime la gravitas tipica del survival movie, Emily Blunt è eccezionale nel ruolo della madre che si sforza di mantenere un barlume di normalità in un mondo stravolto. Anche i due attori più giovani, Millicent Simmonds e Noah Jupe (The Night Manager), nel ruolo di Marcus, ci regalano un’ottima interpretazione.

Per quanto riguarda il contesto, siamo di fronte a un tipico horror con invasione aliena, senza guizzi particolari: la forza della pellicola sta tutta nella trovata claustrofobica e ossessionante del silenzio forzato, che fornisce un nuovo punto di vista a cliché di genere come la fuga nel campo di granturco e il rifugio nel seminterrato. Il finale esplosivo mette a tacere qualunque perplessità si possa avere su alcuni snodi della trama o sulle motivazioni delle creature assassine. Anzi, il fatto che non sappiamo nulla dei mostri alieni e di cosa li spinga a tanta violenza ha un sapore quasi vintage, da Guerra dei Mondi.

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Aspirante sceneggiatrice, ha una dipendenza da popcorn e non sa vivere senza una tastiera. Nel tempo libero pratica il binge-watching e si rende impopolare snobbando Sorrentino. Estimatrice di fantasy e sci-fi e appassionata di cinema d'animazione, è portatrice sana di sindrome di Peter Pan.

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