Altered Carbon: la recensione della serie Netflix

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Un mondo in cui è possibile vivere per sempre, spostandosi da un corpo all’altro grazie a un chip che contiene la nostra coscienza: questa è la premessa narrativa di Altered Carbon, serie fantascientifica in dieci puntate recentemente approdata su Netflix. All’annuncio, il tema non ha ispirato molta fiducia, essendo già abbondantemente esplorato nella narrativa di genere, ma il marchio di qualità Netflix ha comunque fatto ben sperare moltissimi appassionati di sci-fi. La serie si è però rivelata molto diversa da come ce la aspettavamo.

Il protagonista Takeshi Kovacs (Will Yun Lee) è uno spedi, un soldato interplanetario altamente addestrato, che oltre due secoli dopo l’uccisione del suo corpo “originale” viene riportato in vita sulla Terra. La sua pila corticale, il chip che ne contiene identità e ricordi, finisce impiantata in quello che è stato il corpo di un poliziotto, che ha le fattezze di Joel Kinnaman (Suicide Squad, House of Cards). A riportare in vita Takeshi è il ricchissimo Laurens Bancroft, interpretato da James Purefoy (Rome, The Hollow Crown), che ha bisogno di lui per scoprire chi è stato ad assassinarlo; o meglio, a uccidere il suo corpo precedente. Nel corso della sua riluttante indagine Takeshi è affiancato dalla poliziotta Kristin Ortega (Martha Higareda) e da Poe (Chris Conner), l’intelligenza artificiale che gestisce l’albergo in cui alloggia.

A questi protagonisti si aggiungono una serie di figure che danno una qualità quasi corale al racconto, a dispetto della bi-dimensionalità che affligge un po’ tutti i personaggi ed è particolarmente evidente nell’anti-eroe Takeshi e nell’agente Ortega. Nel ruolo, rispettivamente, del rude uomo d’azione dall’oscuro passato e della poliziotta tostissima dall’oscuro passato, sono praticamente due stereotipi ambulanti.

Scritta da Laeta Kalogridis (Alexander, Shutter Island) la serie è un adattamento dell’omonimo romanzo di Richard K. Morgan, pubblicato in Italia con il titolo Bay City. Dopo un incipit altisonante, al limite del pretenzioso, Altered Carbon scivola velocemente nell’eccesso più becero, e purtroppo non in modo consapevole: non si tratta di una svolta intenzionalmente pulp, ma di una narrazione che, prendendosi troppo sul serio, ottiene l’effetto opposto.

L’ambientazione, che pure offre tantissime potenzialità, si adagia su un’estetica futuristico-distopica a metà tra il patinato e il volutamente rozzo, che mescola sapientemente Blade Runner, Cloud Atlas e Aeon Flux fino a ottenere uno sfondo tutt’altro che originale. Per non dire che magici alberi alieni e trasmissione delle coscienze richiamano in modo prepotente Avatar di James Cameron. Bisogna ammettere che il contrasto tra i quartieri più degradati di Bay City e le favolose torri in cui vivono i Mat (diminutivo di Matusalemme, ovvero chi è così ricco da potersi permettere infiniti ricambi di corpi) è affascinante, ma risulta difficile apprezzarlo mentre si ascoltano dialoghi che ricordano un incrocio fra una telenovela argentina e Xena – Principessa Guerriera: scambi di battute tanto ingenui da far tenerezza, ma anche così prevedibili e testosteronici che non si può evitare di rabbrividire.

In generale, il difetto primario di Altered Carbon è la pigrizia. Troppo comodo trasformare il protagonista asiatico in un bianco; fare il contrario sarebbe stato più rischioso e di sicuro anche più interessante. Troppo comodo estirpare qualsiasi significato morale o politico dalla fantascienza, il genere che più di tutti è stato usato per analizzare la realtà sotto una nuova luce; l’unico vago riferimento a questioni spirituali o sociali è la rappresentazione del dilemma cattolico sulla morte definitiva. Più che su Netflix, un prodotto simile starebbe bene una volta a settimana in seconda serata su Rete4. Ma con il suo trionfo di sangue, sesso e violenza gratuita, potrebbe comunque conquistarsi un suo pubblico; magari qualcuno che non ne conosca i riferimenti cinematografici, e che lo veda come la novità che non è.

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Aspirante sceneggiatrice, ha una dipendenza da popcorn e non sa vivere senza una tastiera. Nel tempo libero pratica il binge-watching e si rende impopolare snobbando Sorrentino. Estimatrice di fantasy e sci-fi e appassionata di cinema d'animazione, è portatrice sana di sindrome di Peter Pan.

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