Prima i convenevoli: Michael Haneke nasce a Monaco di Baviera il 23 marzo del 1942, i suoi studi non riguardano affatto il cinema dal punto di vista più pratico, bensì coinvolgono quell’aspetto umano e riflessivo che lo distinguerà nella sua filmografia (filosofia e psicologia). Dopo un iniziale ed anche discretamente lungo percorso dedicato alla critica cinematografica ed alla televisione, regala alla storia del cinema un film dal titolo Il settimo continente (1989), delineando la sua forza tesa ad un climax straziante, straniante ed umanamente sincero attraverso la storia di una famiglia estremamente comune. Haneke trasmette rigore in una maniacale ed ossessiva attenzione alla composizione della scena e dell’inquadratura. Criticato per la sua vena “provocatoria” (scambiata per mancanza di etica), Haneke non ha nessuna riserva nel raccontare storie più vive nell’inconscio collettivo che nella realtà. Il suo unico filtro è la macchina da presa che, come il grande cinema dimostra, non ha mai messo paura ai più temerari.

Dopo Il settimo continente, arriva Benny’s Video nel 1992. Nessuna delusione per gli amanti dell’esordio, ed un incredibile stupore nel godere di una caratterizzazione più giovanile. In Benny vi è la totale dedizione al culto dell’immagine, la compulsiva ossessione per la ricerca dell’avvenimento in un particolare spazio temporale, trasformando la sua stanza in un vero e proprio tempio del vhs. Un altro “dramma” familiare, connotato da un tragico avvenimento che coinvolge l’innocenza, l’inesperienza e la curiosità della giovinezza.

Nonostante ogni pezzo dell’intera filmografia di Haneke sia analizzabile e storico a sé, il suo mondo si afferma fin da subito come autoriale, destinato ad essere citato, rivisitato e rivisto da lui stesso in una ricerca incredibilmente appassionata. Con Funny Games ad esempio, racconta il godimento della violenza, portando lo spettatore a dubitare quasi della propria morale e del proprio istinto. L’inconscio piacere nell’esercitare potere e controllo sulla sofferenza altrui, è la sfida provocatoria che si ramifica nelle trame del regista austriaco, rappresentando allo stesso tempo il limite della sopportazione e la tragicità degli avvenimenti rappresentati. 

Con La pianista (2001), Haneke fa un altro regalo al cinema. Isabelle Huppert incarna la disciplina, la maturità, la bellezza ed il sadismo. Pluripremiato, questo film sembra attingere alla violenza di Funny Games traslandola sul piano sessuale. Entra in gioco l’egoismo, l’ossessiva fascinazione e l’amore. La pianista non può essere descritto come un film d’amore, ma non per questo non possiamo ricercarlo nell’attrazione tra Erika e Walter. Haneke costruisce un mondo di regole, fa giocare i suoi personaggi mettendoli poco più in là dei loro limiti, arrivando infine a quel climax tragico e dolorosamente esaustivo che pervade anche altre sue opere (come Cachè).

L’ultimo capolavoro di Haneke è Amour (2012), la prova che La pianista non è la declinazione unica del suo linguaggio. Vede protagonista una coppia molto anziana unita da un legame profondo, misterioso, coniugale nei suoi aspetti più sacri ed intimi. Teneramente straziante, rappresenta il culmine ma non il termine di una personale ricerca cinematografica (attualmente sta lavorando ad un’opera dal titolo Happy End). Haneke, potremmo dire, ci mette sul piatto d’argento la dimostrazione della complessità dell’individuo: tra sadismo, amore ed umanità. 

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