In una città del Giappone i cani sono stati banditi e confinati su un’isola insieme all’immondizia. Un giorno il dodicenne Atari decide di volare fino a quel luogo desolato, per ritrovare il suo fidato cane Spot.

Wes Anderson torna all’animazione dopo il suo Fantastic Mr.Fox e ancora una volta è restio a utilizzare le avanzate tecnologie dell’animazione, restando invece devoto alla stop motion e all’uso dei modelli. Così i bellissimi protagonisti canini di Isle of Dogs animano il lungometraggio del regista e sono una ventata d’aria fresca nel panorama odierno dell’animazione. Tralasciando pochi casi (lo studio Laika ad esempio con il suo ultimo Kubo e la spada magica) occorre dire che lo scenario animato digitale sta diventando, nonostante le idee e le suggestioni (vedi Coco della Pixar), un po’ troppo monotono.

Insieme ai fidati Jason Schwartzman, Roman Coppola e al giapponese Kunichi Nomura, Wes Anderson ci trasporta in un’altra folle storia. Molti dei segni particolari del regista ritornano nell’atmosfera dell’isola dei cani, primo fra tutti il rapporto complesso con tutto quello che, in un modo o nell’altro, rientra nell’ambito familiare (il branco, i parenti di sangue, i parenti adottati etc. etc.). Si, ecco un’altra storia strana, un altro mondo bislacco: i cani vengono esiliati, un ragazzino vola con un aereoplano sgangherato per recuperare il suo fidato amico a quattro zampe. Il governo giapponese vuole solo gatti. Ma per quanto  le storie concepite dal team Anderson ci sembrino buffe e  estranee alla realtà, è raro riuscire a trovarci così  a nostro agio in altri mondi cinematografici. Ma c’è sempre qualcosa di oscuro..

Ancora una volta la grandezza del regista americano sta nello scegliere elementi reali (il Giappone, i cani),nel trasformarli come pongo sotto la sua impronta stilistica e nello scardinare sempre i referenti che il pubblico cerca in quei mondi da lui creati. Qui dodicenni e cani viaggiano insieme, ci dovrebbero essere tenerezza e ingenuità (per fortuna) mancano. Proprio quando ci sembra di trovare la pace Wes Anderson ce la sottrae, privando i suoi personaggi dei comportamenti e degli atteggiamenti che più ci potremmo aspettare da loro. La sensualità e la tristezza di Suzy Bishop in Moonrise Kingdom stonano con l’eta del suo personaggio, cosi come stride lo sguardo materno di Angelica Huston che annuncia il rinnovato abbandono dei figli ne Il Treno per Darjeeling. Qualcosa di crudo e crudele ci accompagna nelle visioni ingenue di Wes Anderson e in quest’isola canina proviamo nuovamente quella sensazione di distanza,  ci sentiamo al caldo ma sempre e comunque soli. Orfani senza madre o cani abbandonati sull’isola dell’immondizia.

Ancora una volta Wes Anderson ci fa sprofondare in temute e amate acque infantili. Ovviamente il viaggio non sarà facile, perchè proprio come la famiglia, l’infanzia è, per certi versi, un luogo orribile . Isle of Dogs è perturbante, familiare e pauroso, come tutti i film di Anderson, ( in quest’ultimo conprendere il giapponese non tradotto ci sembra normalissimo). Non è sicuramente un caso che Wes Anderson abbia scelto per il suo primo film di animazione, una storia di Roal Dahl, il grande scrittore bambino, che meglio di molti altri ha saputo raccontare la verità. Chi, se non il regista di Isle of Dogs puo essere il grande regista bambino?

Share.

About Author

Leave A Reply