Parafrasando Il Favoloso Mondo di Amelie, si potrebbe dire che Black Mirror è “come il Giro di Francia, uno lo aspetta a lungo e poi passa in fretta”. Dopo più di un anno, la celeberrima serie creata da Charlie Brooker ritorna con sei episodi molto diversi tra loro, ma sempre intrisi di orrore e suspense. E non c’è dubbio che gran parte dei fan li abbia divorati in un giorno solo, trovandosi di nuovo a fronteggiare lunghi mesi in attesa della prossima dose.

La struttura è ancora quella antologica delle stagioni precedenti, con una storia a sé stante per ogni puntata, di durata variabile fra i 40 e i 90 minuti. Ma quale che sia la durata, ogni episodio è in tutto e per tutto un piccolo film, che sia per narrazione sia per realizzazione sfoggia una qualità cinematografica. L’inizio è in grande stile. USS Callister dipinge un inquietante quadro del mondo videoludico e delle sue implicazioni morali; non è solo l’ennesima parodia di Star Trek, ma una sincera critica-omaggio, anche grazie all’ottimo cast che conta Jimmi Simpson (Westworld), Jesse Plemons e Cristin Miliotti (Fargo).

Con i due episodi successivi il tono cala, specialmente in Arkangel. La puntata diretta da Jodie Foster è classico Black Mirror, ma pecca di prevedibilità, come pure la successiva Crocodile, che però ha il pregio di essere di gran lunga la più disturbante dell’intera stagione. Il livello risale con Hang the DJ, ambientato in un mondo distopico in cui un misterioso sistema si incarica di trovare l’anima gemella per tutti. Una sorta di app di appuntamenti dittatoriale.

Segue Metalhead, capitolo difficile da inquadrare in quanto molto diverso dagli altri. In un inconsueto bianco e nero, ci viene mostrato un mondo post-apocalittico in cui la sopravvissuta Bella (una monumentale Maxine Peake) lotta per sfuggire a piccoli ma terrificanti robot. Metalhead è visivamente splendido e tiene un ritmo incalzante, ma per qualche motivo non è coinvolgente quanto il resto della stagione: è l’unico episodio in cui si soffre di pur sporadici cali di attenzione. Infine il gran finale, con l’episodio che probabilmente è il migliore dei sei: Black Museum, che con le sue storie dentro la storia richiama palesemente White Christmas, lo speciale di Natale della seconda stagione. I vari easter egg dalle stagioni precedenti, sia visivi che musicali, che punteggiano tutta la stagione, in Black Museum diventano parte integrante della trama, richiamando episodi precisi come per esempio San Junipero.

Citazionismo a parte, i punti di contatto con le prime tre stagioni sono numerosi e inevitabili: l’universo di Black Mirror sembra aver raggiunto il limite dell’inventiva e gli spunti tecnologici non sono più novità, ma hanno comunque uno sviluppo originale. Spesso viene meno l’effetto sorpresa, e l’accento si sposta più sulle debolezze della natura umana che sul ruolo della tecnologia. Il senso di dejà vu è compensato dal fatto, parecchio disturbante, che in in questa stagione l’ambientazione futuristica sembra meno distante da noi rispetto agli esordi. Le minacce si fanno più concrete, quasi reali.

Come già con la terza stagione, che ha segnato la migrazione della serie da Channel 4 a Netflix, non mancheranno critiche al nuovo approccio, che fa largamente uso di un lieto fine solo apparente. Di certo Black Mirror non è più la scioccante novità che rappresentò la prima stagione; ma nemmeno ci si può aspettare che sia originale all’infinito, senza poter reinventare temi già trattati. Pur con i suoi alti e bassi, è innegabile che continui a essere uno dei più importanti fenomeni mediatici degli ultimi anni, e tra i pochi che riescano a far riflettere e a intrattenere allo stesso tempo. E anche se non si è veterani del binge watching, questa quarta stagione si guarda tutta d’un fiato.

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Aspirante sceneggiatrice, ha una dipendenza da popcorn e non sa vivere senza una tastiera. Nel tempo libero pratica il binge-watching e si rende impopolare snobbando Sorrentino. Estimatrice di fantasy e sci-fi e appassionata di cinema d'animazione, è portatrice sana di sindrome di Peter Pan.

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