Una nazione nascosta nel cuore della giungla ha per secoli progredito all’insaputa del mondo intero e il nucleo dell’Africa, grazie ad un meteorite di Vibranio (il metallo più resistente al mondo), si trasforma nell’El Dorado tanto agognato da esploratori e conquistatori. Ma cosa sarebbe accaduto se tutto questo fosse stato sin da subito agli occhi di tutti? La storia non si fa con i se e con i ma e questo dubbio non è nemmeno una valida risposta al problema razziale e della comunità afro americana in genere. In Black Panther il regista Ryan Coogler prende le distanze dagli altri film dei Marvel Studios smarrendo però totalmente la strada: questo nuovo capitolo antecedente Infinty War si rivela un insieme di idee mal gestite composto da personaggi-macchiette per nulla caratterizzati (come invece ci avevano abituati altri film del MCU). Un mero capitolo-collegamento, o magari un’occasione sprecata per riportare in auge il Blaxploitation, genere cinematografico cardine negli anni ’70 in America che funzionò come vero e proprio atto di rivoluzione artistica al pari del fumetto originale degli anni ’60.

Non a caso il nostro eroe si chiama come il noto gruppo terroristico che combatté per i diritti e le ingiustizie di una società ancora profondamente razzista. Non c’è nulla di tutto ciò quindi in Black Panther, ma solo CGI, combattimenti confusi e poco cinematografici nel loro confondere lo spettatore tra movimenti convulsi e fuori da ogni logica. Tutto però potrebbe essere letto nell’ottica del puro intrattenimento, eppure qualcosa in fondo al pentolone disturba lo spettatore che oggi vorrebbe di più da un cinecomic Marvel. Le opportunità non sono mancate e un’attenzione maggiore in fase di scrittura non avrebbe guastato.

Unica nota positiva del film è il villain, figura con le idee chiare (non si vedeva da tempo un personaggio così paradossalmente vicino alla realtà nella sua ideologia di fondo) al contrario di un protagonista dalle tinte shakesperiane di seconda mano che non si stupisce nemmeno più dei poteri e delle responsabilità che ottiene. Tutto scorre e va per la sua strada, come se in fondo il senso di pericolo non fosse mai all’orizzonte e l’eroe, dall’alto del suo essere Re, sa già di aver vinto.

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Da sempre cerco di distaccarmi da ogni moda e tendenza esistente, di fatto illudendomi. L'imprinting melodrammatico datomi dalla visione del Re Leone in tenera età mi ha permesso di crearmi categorie estetiche che a stento riesco e modificare. E poi mi lamento se sto antipatico a tutti. Complessato peggio di Bergman, logorroico come Allen, cerco di essere intelligente come Kubrick. Purtroppo mi riescono bene solo le prime due cose.

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