Da quando Denis Villeneuve è migrato in terra americana, lui che è franco canadese di nascita, l’idea che il cinema d’autore possa convivere pacificamente con il grande intrattenimento popolare sembra diventata una vera ossessione, un ostacolo da superare. Nell’accezione più positiva del termine, sia chiaro. Questo tormento, sullo schermo, viene tradotto sotto forma di confini (materiali o metaforici), linee molto sottili che separano due elementi in contrasto fra loro e che, inquadrate dall’alto sempre in volo, rappresentano la geometria perfetta ma anche frastagliata dell’anima, il cuore dei suoi racconti e il termine della sua poetica. Un cinema di confine è dunque possibile, a metà strada fra la ricerca e l’entertainment, se ammaestrato da un regista intelligente come Villeneuve, e ci tiene a ribadirlo contro ogni potere e aspettativa anche in Blade Runner 2049; un film perfettamente allineato al percorso hollywoodiano iniziato con Prisoners e proseguito con Sicario e Arrival, ma poi non così tanto lontano dalle esperienze sensibili di Polytechnique e La donna che canta. Il fatto che tutte queste suggestioni personali vengano fuori in un sequel di un assoluto capolavoro, è già di per sé un miracolo, e noi abbiamo il privilegio, oltre che l’obbligo, di prenderne parte, come gli spettatori ingenui che entrarono in sala nel 1982 per l’originale di Ridley Scott.

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Il peso della storia non grava sulle spalle dei saggi, piuttosto è un invito a scriverne di nuove. Storie di identità perdute e altre da ricostruire, di un’umanità che possiamo solo sfiorare e mai toccare con mano, di muri fisici e ideologici che in un futuro ormai prossimo ci allontaneranno fino alla completa solitudine: in Blade Runner 2049 queste tracce esistenziali trovano il binario su cui correre e le figure a cui aggrapparsi, nelle sagome in controluce definite da Roger Deakins e nelle sue riprese mozzafiato in campo lunghissimo. La camera di Villeneuve intanto muove lo sguardo da piccoli dettagli – volti ma soprattutto mani, gli strumenti della creazione – a sconfinati spazi di riflessione, lì dove l’amore fra il replicante K (Ryan Gosling) e l’ologramma Joi incontra la difficoltà di contatto della linguista di Amy Adams e gli alieni in Arrival, lì dove la ricerca delle proprie radici si imbatte nel dolore dei due fratelli in La donna che canta, lì dove le barriere, innalzate per combattere il caos e i disastri ambientali, sono le stesse che separavano il dubbio dalla conoscenza in Prisoners e Sicario. Ecco perché, nonostante il titolo e l’eredità, Blade Runner 2049 è un altro (bellissimo) film di Denis Villeneuve, autoriale e hollywoodiano insieme, un classico di genere immediato e imperfetto.

E se è vero che i ricordi ci rendono umani, Blade Runner 2049 ce li restituisce sotto forma di immagini vivide che il regista – quanto di più vicino ad un innestatore di sogni – mette su schermo. I colori dell’inverno freddi e grigi progressivamente cambiano fino a diventare caldi, con una netta predilezione per il giallo, allegoria di scoperta e risveglio, ma anche di infanzia, gioco, calore familiare. Quel calore a lungo cercato, nell’eterna lotta futuristica fra umano e artificiale, che Villeneuve riduce ad un semplice gesto finale, commovente oltre ogni previsione.

 

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Storie di identità perdute e altre da ricostruire, di un’umanità che possiamo solo sfiorare e mai toccare con mano, di muri fisici e ideologici che in un futuro ormai prossimo ci allontaneranno fino alla completa solitudine: in Blade Runner 2049 queste tracce esistenziali trovano il binario su cui correre e le figure a cui aggrapparsi, nelle sagome in controluce definite da Roger Deakins e nelle sue riprese mozzafiato in campo lunghissimo.

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About Author

Co-fondatore e caporedattore di Vertigo24, editor per Everyeye, Cinefilos.it e Lifestar. Studiosa di cinema, vivo con un piede negli anni Ottanta di John Hughes e uno nel mondo di Sofia Coppola. Registi preferiti? Richard Linklater, Noah Baumbach, Denis Villeneuve, Spike Jonze, Nicolas Winding Refn.

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