Larry Bird vs “Magic” Johnson, Muhammad Ali contro Joe Frazier, Fausto Coppi e Gino Bartali, Ayrton Senna contro Alain Prost ecc..: la storia dello sport, così come quella del cinema, della politica e della musica, è sempre stata segnata da grandi rivalità che hanno contribuito a spettacolarizzare gli scontri e a catalizzare l’attenzione anche di quella fetta di pubblico non particolarmente interessata alla disciplina in questione. Negli anni ’80, quando i giocatori di tennis erano popolari come delle rockstar, fu la rivalità tra lo svedese Björn Borg e l’americano John McEnroe ad animare gli appassionati del tennis. La narrazione mediatica proponeva una netta contrapposizione tra i due, incoronando il primo, pacato, preciso e dal grande autocontrollo, non a caso soprannominato “IceBorg”, e trasformando in villain il secondo, detto “Superbrat”, iracondo, impertinente e volgare. La caratterizzazione proposta, che metteva in secondo piano il tennis, opponeva non solo due persone, ma due mondi differenti, due insieme di valori apparentemente irriducibili. E fu sull’erba di Wimbledon nel 1980 che questa tensione culminò nella finale tutt’ora considerata come una delle più belle partite mai giocate della storia del tennis.

A pochi giorni dalla proiezione alla Festa del Cinema di Roma, dove si è aggiudicato il Premio del Pubblico BNL, arriva al cinema Borg McEnroe, pellicola diretta da Janus Metz Pederson che trasporta sul grande schermo questo iconico incontro. “Gli elementi basilari del tennis sono quelli dell’esistenza quotidiana, perché ogni match è una vita in miniatura”: il regista e lo sceneggiatore prendono alla lettera la citazione di Andre Agassi, presente nei titoli di testa, alternando le partite che porteranno alla finale a flashback dell’infanzia e dell’adolescenza dei due atleti,  prediligendo il passato di Borg (Sverrir Gudnason) a quello di McEnroe (Shia LaBeouf). Si superano così i confini dello scontro, per dimostrare quanto il tennis sia uno sport di testa, quanto il passato influisca nel gioco, nel definire il come e il perché si arrivi sul campo. La volontà di oltrepassare la retorica degli opposti, per presentare i i due tennisti come facce della stessa medaglia, si ritorce contro la pellicola per la superficialità con cui è trattata. Il passaggio da un Borg aggressivo a esempio di autocontrollo appare eccessivamente repentino e un po’ troppo semplificato, allo stesso tempo la backstory di McEnroe è composta da episodi slegati tra loro e che lasciano solo intravedere lo sviluppo della sua personalità.

Il film dà il meglio di sé nel finale, nell’esecuzione della celebre partita, grazie ad un montaggio serrato che alterna primi piani a totali, inquadrature televisive a dettagli, flashback al presente. Metz Pederson veicola così l’immagine di un mach combattuto dagli atleti contro se stessi, come riscatto e conferma delle aspettative del mondo. Nel suo complesso, Borg McEnroe non si aggiudica tutti i set, ma vince la partita.

6.0 Ni
  • 6
Share.

About Author

Cinefila e telefilm dipendente, ha promesso di trovare qualcosa da scrivere su di sé, ma è rallentata dalla sua tendenza alla procrastinazione. Dicono che sia figlia unica, ma ha un cane.

Leave A Reply