Casting JonBenet: la recensione del nuovo documentario Netflix

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Casting JonBenet è il nuovo documentario firmato Netflix. Diretto da Kitty Green, è l’ennesima dimostrazione dell’ego americano che non riesce a staccare gli occhi di dosso da casi come O.J. Simpson o Amanda Nox. Il film si ispira infatti al caso di cronaca del 1996 che vede protagonista una bambina (JonBenet) di soli sei anni, ritrovata in condizioni atroci priva di vita. I primi colpevoli dichiarati furono i genitori, vent’anni dopo il caso viene riaperto dando vita ad un lampo di genio creativo di cui davvero non avevamo bisogno.

È davvero incredibile la struttura di questo prodotto, ed anche di difficile se non impossibile visione. Cominciamo dalla bambina di sei anni che prende il ciack in mano e si presenta come attrice per il cast di Jon Benet, inquietante a dir poco. Poi si susseguono per tutta l’ora e venti minuti interviste di donne disposte a recitare la parte della madre Patsy (esprimendo la loro opinione sul fatto), poi ancora interviste agli uomini in lista per il padre. Un fastidiosissimo susseguirsi di inquadratura brevi, prive di contenuto narrativo. Ciliegina sulla torta: brevi spezzoni di quello che dovrebbe essere il film della vicenda. E conclusione: un teatro di posa che vede recitare tutti nella sofferenza. Al di là della struttura, il film non crea interesse. I giochi di montaggio non servono e non possono servire a nascondere il vuoto di questo documentario, apprezzabile per la sua regia a suo modo notevole e la sua estetica Netflixiana. Solamente per l’ultima scena verrebbe da congratularsi con Kitty Green e dirle che ha fatto un ottimo lavoro, che l’approccio con gli attori è notevole e che questo metacinema sperimentale può solo che farle onore come regista. Ma la verità è che il contenuto ancora vale qualcosa e non basta inventarsi finte domande a finti attori per mettere su un documentario, sembra quasi un mockumentary venuto male.

Ora, ci sarebbe da chiedersi come mai sprecarsi in una regia così accurata ed un apparato tecnico così agguerrito se poi il prodotto è l’ennesimo insulto ad un dramma famigliare che non aveva certamente bisogno di essere condiviso da tutto il popolo americano. Ci sarebbe da chiedersi cosa ne pensano i coniugi John e Patsy Ramsey, ma non ci è dato saperlo. Non basta fingere di creare empatia con il dramma, bisogna anche saperlo rielaborare, interpretare. Solamente per la prima inquadratura che vede protagonista la bambina verrebbe da spegnere il documentario e cercare una serie Netflix, che forse è una cosa che gli riesce meglio.

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