Il titolo alternativo di Charley Thompson potrebbe essere “through the desert on a horse with no name”, come recita una canzone degli America. Anche se il cavallo del film ce l’ha un nome: Lean on Pete, che è anche il titolo originale della pellicola scritta e diretta da Andrew Haigh (Weekend, 45 anni). Tratto dal romanzo La ballata di Charley Thompson di Willy Vlautin, è una classica avventura on the road attraverso gli spazi sconfinati del nord-ovest statunitense. Un viaggio che Charley, l’adolescente protagonista, intraprende dopo la morte del padre Ray (Travis Fimmel), inaffidabile e alcolizzato, ma comunque suo unico punto di riferimento.

Dalla costa dell’Oregon al cuore del Wyoming, alla ricerca della zia Margy, Charley porta con sé Lean on Pete, un malandato cavallo da corsa sottratto al suo duro proprietario Del (Steve Buscemi). Come in ogni romanzo di viaggio che si rispetti, Charley fa la conoscenza di tutta una fauna umana tipicamente americana: Bonnie (Chloe Sevigny), cavallerizza disincantata; due veterani della guerra in medio oriente, che vivono nel bel mezzo della prateria; l’imprevedibile senzatetto Silver (Steve Zahn). Una costellazione di comprimari affascinanti e interpretati splendidamente, specialmente il Del di Buscemi: ruvido e privo di tatto, con un lato amabile ben nascosto sotto uno strato di cinismo e rassegnazione. Anche Fimmel e Sevigny danno vita, con poche battute, a personaggi memorabili. È un peccato che tutti loro abbiano così poco spazio nella storia, una perdita in parte compensata dal debordante talento di Charlie Plummer: dopo Tutti i soldi del mondo di Ridley Scott, il giovane si conferma una grande promessa del cinema, e il ruolo di Charley gli è già valso il Premio Marcello Mastroianni come attore emergente alla Mostra del Cinema di Venezia.

Plummer ci fa tifare per Charley anche se spesso è difficile comprendere le sue scelte e quindi empatizzare con lui. Cosa che vale anche per il cavallo, Lean on Pete, talmente banale che si ha spesso la sensazione che si tratti di un mero stratagemma narrativo, insieme a tutta la rappresentazione del mondo delle corse. Il microcosmo che ruota intorno agli ippodromi fa da palcoscenico solo al primo dei “tre atti” che costituiscono Charley Thompson, trasformando il film in una sorta di trittico anticlimatico le cui parti non si legano tra loro con la fluidità che sarebbe auspicabile.

Lo stile di regia alienante, fatto di campi lunghi e lunghissimi, con inquadrature che spesso e volentieri non ci lasciano neanche distinguere i volti dei protagonisti, crea una distanza sia fisica che emotiva fra la vicenda e l’osservatore. Il distacco è di certo intenzionale, mirato a “raffreddare” la tensione perenne che ci attanaglia mentre seguiamo le peripezie di Charley: una sequela di calamità che, anche se nemmeno per un momento si dubita del lieto fine, mette a dura prova. In questo senso ha qualcosa del romanzo ottocentesco sul genere Senza Famiglia di Malot. Ad ogni modo la bellezza struggente dei luoghi e la poesia delle corse mattutine di Charley, metafora della sua continua fuga in avanti, bastano a redimere il film dai suoi difetti.

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Aspirante sceneggiatrice, ha una dipendenza da popcorn e non sa vivere senza una tastiera. Nel tempo libero pratica il binge-watching e si rende impopolare snobbando Sorrentino. Estimatrice di fantasy e sci-fi e appassionata di cinema d'animazione, è portatrice sana di sindrome di Peter Pan.

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