La storia di Anna la conosciamo tutti. Sappiamo già che la piccola Anna Shirley è piombata nella tranquilla cittadina di Avonlea per una svista burocratica: una gracile bambina dai capelli rossi al posto di quello che avrebbe dovuto essere, più che un figlio adottivo, un aiutante per la fattoria di Green Gables, il bastone della vecchiaia per gli anziani fratelli Cuthbert. Nessuno si aspettava quali cambiamenti avrebbe portato Anna, con i suoi sogni ad occhi aperti e il suo carattere melodrammatico. Ma noi sappiamo già com’è andata. O, per lo meno, crediamo di saperlo.

Il romanzo di Lucy Maud Montgomery Anna dai Capelli Rossi è un classico della letteratura per l’infanzia ed è già stato adattato svariate volte per il piccolo schermo, in diversi film e nella famosissima serie d’animazione giapponese. Ecco perché questa nuova versione, opera di Moira Walley-Beckett (Breaking Bad), era destinata fin dall’inizio a sollevare le critiche non solo dei puristi del libro, ma anche dei fan dei precedenti adattamenti.

Il tono del racconto è infatti molto diverso da quello che siamo abituati ad accostare, nel nostro immaginario, ad Anna dai capelli rossi: in Chiamatemi Anna viene esplorato come mai prima il passato della bambina, e i traumi da lei subiti negli anni trascorsi in orfanotrofio o presso famiglie affidatarie. Sebbene possano risultare sgradevoli da vedere, i tragici trascorsi di Anna gettano una nuova luce sul suo comportamento.

chiamatemi anna

Nei precedenti adattamenti e, in parte, anche nel romanzo originale, risulta difficile empatizzare con una bambina che, senza apparente ragione, è completamente staccata dalla realtà, teatrale ed eccessiva in qualsiasi manifestazione delle sue emozioni. Adesso finalmente abbiamo una spiegazione: le fantasie in cui Anna si rifugia assumono una funzione di difesa contro ciò che ha passato.

I monologhi tratti dai romanzi, il suo gettarsi drammaticamente a terra o l’odio feroce per il rosso dei propri capelli e per le lentiggini che le coprono il viso ora sembrano molto più poetici e comprensibili, anche grazie alla meravigliosa interpretazione della quindicenne Amybeth McNulty, che dà vita ad una Anna Shirley originale e familiare al tempo stesso. Parte del merito va anche all’ambientazione: i paesaggi del Canada sono esattamente quelli descritti dalla Montgomery nei suoi libri e rendono quasi impossibile staccare lo sguardo dallo schermo.

Sono notevoli anche le interpretazioni di R.H. Thomson nel ruolo di Matthew Cuthbert, anziano taciturno e dal cuore gentile che per primo si affeziona ad Anna, e di Geraldine James (Millennium, Sherlock Holmes, Alice attraverso lo specchio) nei panni della severa Marilla, probabilmente il personaggio che attraversa la trasformazione più profonda nell’arco della storia.

Nel corso dei sette episodi della serie, distribuiti su CBC Television dal 19 Marzo prima di approdare su Netflix International, capita più volte di stupirsi per la modernità di alcuni temi introdotti in una storia ambientata più di un secolo fa. Il fatto che questi “innesti” non stonino affatto con la trama originale dimostra che si tratta di un vero classico: un’opera che è sempre attuale e che si presta a nuove interpretazioni, a dispetto di chi la vorrebbe sempre uguale, fissa e immutabile come un insetto nell’ambra. Meglio non farsi condizionare dai pregiudizi, per affetto nei confronti del libro o di un vecchio adattamento tv, e godersi la serie per quello che è: una bella versione, splendidamente realizzata e con un cast validissimo, di una vecchia storia che fa piacere ricordare.

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Aspirante sceneggiatrice, ha una dipendenza da popcorn e non sa vivere senza una tastiera. Nel tempo libero pratica il binge-watching e si rende impopolare snobbando Sorrentino. Estimatrice di fantasy e sci-fi e appassionata di cinema d’animazione, è portatrice sana di sindrome di Peter Pan.

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