Collateral: la recensione della miniserie con Carey Mulligan e John Simm

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Un caso di omicidio senza colpevole, senza movente e con una vittima che forse è quella sbagliata. È il dilemma che si trova ad affrontare Kip Glaspie, detective di Scotland Yard interpretata da Carey Mulligan. L’attrice di Suffragette e Il Grande Gatsby è la colonna portante di Collateral, miniserie in quattro puntate attualmente in onda su BBC Two, ma che approderà su Netflix per la distribuzione internazionale. Ogni puntata, della durata di circa un’ora, racconterà un giorno di indagini sull’assassinio di Abdullah Asif (Sam Otto), rifugiato siriano a Londra, ucciso durante il suo lavoro come fattorino delle pizze.

Un crimine che a prima vista non ha nulla di complicato, ma che ben presto si rivela un groviglio inestricabile che coinvolge personaggi diversissimi. In primo luogo Mickey (Brian Vernel), collega di Abdullah che avrebbe dovuto fare la consegna al posto suo; Linh (Kae Alexander) testimone del crimine che si rifiuta di rivelare ciò che ha visto; e Karen, madre irresponsabile di due bambine, che ha il volto di Billie Piper (Doctor Who, Penny Dreadful). A questi si aggiungono David (il John Simm di Doctor Who e The Catch), deputato laburista ex marito di Karen, e la sua amica Jane (Nicola Walker), prete protestante e compagna di Linh.

Un cast corale a cui si sovrappone una trama a più livelli: il tono passa dal noir al thriller politico, dal particolare di un omicidio londinese al generale della situazione sociale in Inghilterra. Perché la morte di un rifugiato irregolare fa subito sospettare un movente di odio razziale, ma dell’intreccio fanno parte anche il declino del partito laburista, il sessismo nelle forze dell’ordine, lo spaccio di droghe e l’ambiguità della chiesa anglicana nei confronti degli omosessuali. La regia di S.J. Clarkson (Dexter, Heroes) ci trasporta abilmente fra le luci e le ombre di un caso intricato che spazia dai più squallidi bassifondi della metropoli ai quartieri dell’alta società. Ma non mancano gli scossoni: la scrittura di David Hare, drammaturgo teatrale e sceneggiatore, fra gli altri, di The Hours e The Reader, rivela spesso alcune ingenuità. Alcuni dialoghi, per esempio quello che svela l’improbabile passato di Kip come saltatrice con l’asta, appaiono grossolani in confronto alla raffinatezza complessiva della serie. Anche le continue coincidenze che legano i protagonisti e la semplicistica rappresentazione della vita sentimentale di David risultano un elemento di disturbo.

Collateral è comunque una serie godibile, soprattutto grazie alla bravura del cast femminile: oltre a Carey Mulligan, che eccelle in questo ruolo per lei inusuale, anche Billie Piper e Nicola Walker ci regalano dei personaggi originali e sfaccettati, che catturano l’attenzione in poche scene. E infine la trovata migliore di questo episodio pilota: vediamo subito l’assassino, e addirittura ne conosciamo nome, ma resta il mistero del movente. Un modo interessante di interpretare il genere poliziesco che, assieme all’analisi critica della crisi dei valori nel Regno Unito, sicuramente ci terrà avvinti fino alla soluzione dell’enigma.

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Aspirante sceneggiatrice, ha una dipendenza da popcorn e non sa vivere senza una tastiera. Nel tempo libero pratica il binge-watching e si rende impopolare snobbando Sorrentino. Estimatrice di fantasy e sci-fi e appassionata di cinema d'animazione, è portatrice sana di sindrome di Peter Pan.

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