Damnation: la recensione dell’episodio pilota

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C’è un filone del period-drama che si è affermato negli ultimi anni grazie a un semplice stratagemma: mettere in scena i problemi dell’America moderna (razzismo, xenofobia e sovrabbondanza di armi da fuoco), ma ambientati uno o due secoli nel passato. Che è un altro modo per dire che gli Stati Uniti sono bloccati sulle stesse controversie dai tempi dell’indipendenza. Infatti è difficile inquadrare temporalmente questo tipo di serie televisive: al primo sguardo somigliano tutte a dei film western.

Così le atmosfere di Damnation, nuova serie coprodotta da NBC e Netflix, sembrano riportarci alla conquista del Far West. Anzi, l’accoppiata “Bibbia e fucile”, vera protagonista dell’episodio pilota, può essere fatta risalire ai tempi della Mayflower e dei padri pellegrini sbarcati nel nuovo mondo. Fortunatamente ogni tanto compare in scena un’automobile, un telefono o un indumento in jeans, a ricordarci che l’azione ha luogo nel 1931, tra proibizionismo, scioperi dei braccianti e Grande Depressione.

In un villaggio dell’Iowa rurale, il predicatore dall’oscuro passato Seth Davenport (Killian Scott), usa il pulpito della sua chiesa per incitare alla rivolta i contadini e gli operai. Al suo fianco la moglie Amelia (la Sarah Jones di Ugly Betty e Sons of Anarchy) lo sostiene divulgando dei pamphlet incendiari che scrive sotto pseudonimo maschile. L’autore Tony Tost non mena il can per l’aia: è chiaro che la storia ruoterà intorno alla lotta di classe fra i poveri scioperanti e i ricchi possidenti della zona. Non ci sono sfumature o sottigliezze, lo scontro frontale viene apertamente dichiarato senza preamboli.

L’unica fonte di mistero sono le motivazioni di Seth: è fin troppo palese che si finge sacerdote per raggiungere i propri scopi, ma a tratti sembra che si sia calato nella parte dell’uomo di chiesa al punto da credere davvero alle proprie menzogne, che definisce “parabole”. Il suo dilemma religioso è uno degli aspetti migliori di una puntata per altri versi poco avvincente. Di biblico, ma anche prevedibile, c’è pure lo scontro fra due fratelli: il sobillatore Seth contro suo fratello Creeley Turner, interpretato da Logan Marshall-Green (Prometheus, Spider Man: Homecoming), un mercenario dal grilletto facile che stronca scioperi di mestiere.

Come stereotipo del cowboy, Creeley è il più “western” dei personaggi, assieme a Melinda Page Hamilton (Desperate Housewives, Devious Maids) nei panni di Connie Nunn, una pistolera vedova che dà la caccia a Seth. Un po’ di modernità la riporta Christopher Heyerdahl (Hell on Wheels, True Blood) nel ruolo dello sceriffo corrotto Don Berryman, una figura ambigua tipica del gangster movie anni ‘30.

La puntata, anche se offre molti spunti interessanti, fallisce nel tenere viva e costante l’attenzione dello spettatore; questo nonostante sia infarcita di sparatorie, giustizia sommaria, sesso, intrighi politici ed esaltazione religiosa. Anzi, forse è tutta questa abbondanza a non convincere: cosa resterà da raccontare nei prossimi episodi? Sappiamo che in seguito entrerà in scena anche Zach McGowan, star di Black Sails e The 100; e possiamo augurarci che venga dato maggiore risalto ad alcuni personaggi minori come Bessie (Chasten Harmon), la prostituta istruita ingaggiata da Creeley. Ma per il momento non sembra esserci molto oltre l’estetica simil-western, con la sua comunità spaccata e le canoniche scene da saloon. Una blanda epopea americana, per ammazzare il tempo in attesa di storie migliori.

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Aspirante sceneggiatrice, ha una dipendenza da popcorn e non sa vivere senza una tastiera. Nel tempo libero pratica il binge-watching e si rende impopolare snobbando Sorrentino. Estimatrice di fantasy e sci-fi e appassionata di cinema d'animazione, è portatrice sana di sindrome di Peter Pan.

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