Nasceva esattamente 71 anni fa a Missoula nel Montana, David Lynch. In occasione del compleanno di questo grande regista abbiamo pensato di dedicargli una piccola e modesta panoramica. Modesta perché lungi da noi l’idea di analizzare approfonditamente il suo sconfinato mondo, che sembra sempre urlare ad alta voce di non voler essere spiegato. Vogliamo compiere un piccolo viaggio all’interno del suo vasto e stratificato immaginario, folle e variopinto, ricco di creature di ogni sorta.

Per farlo abbiamo scelto due film del regista con un criterio che non va del tutto a caso, ma che segue, per quanto sia possibile, una linea di spartizione immaginaria: i film che hanno una sorta di continuità narrativa e quelli che sembrano perderla o meglio frammentarla in mille cambi spazio-temporali, dove continui personaggi entrano a far parte del mondo creato, senza che lo spettatore riesca a dargli una spiegazione o collocazione.

Ma appena pensiamo a questa questa distinzione subito qualcosa non torna, ci suona come un errore. L’idea di spartizione, di logica narrativa, di categorizzazione dei film stona incredibilmente. D’altronde fu lo stesso Lynch a impedire che Mulholland Drive venisse diviso in capitoli. Si sarebbe persa la visione d’insieme. Appena lo spettatore se ne rende conto questo gli sembra fantastico ed elettrizzante, si sente invaso da un’immensa libertà. Non è costretto al distacco dell’analisi, ad una posizione osservatrice dall’alto, ma scopre che occorre sceglierne una frontale, uno scontro/incontro con lo schermo che lo conduca ad una totale immersione nel bel mondo lynchiano.
E quindi ci correggiamo. Abbiamo scelto Mulholland Drive e Cuore Selvaggio solo per scegliere due film su cui focalizzarsi, fra i suoi dieci meravigliosi . Due perle in cui perderci brevemente per questo modesto omaggio.

david lynch

Perché perdersi qui ha un gusto tutto particolare. Si assapora un mondo strano, composto da innumerevoli fattori che convergendo insieme creano questi strani luoghi chiamati film di Lynch. Ci ritroviamo immersi con perverso piacere in una strana realtà patinata, con un che di pacchiano legato alle scenografie e ai costumi, alla luce stessa della fotografia. Come quelle cartoline un pò tristi con le panoramiche delle città. Una precisa e al contempo vaga e indefinita caratterizzazione degli interni e dei personaggi. Una strana passione per la moquette, per un gusto che sta fra il kitsch e lo squallido. Gli appartamenti, i diner con le cameriere col grembiule. E ancora, assurde acconciature, trucco estremamente calcato, rossetti rossi e ombretti pastello. Tutti elementi che nel loro strano gusto conferiscono una perfetta armonia al film. Basti pensare a I segreti di Twin Peaks per trovare  la summa di tutto ciò. C’è una precisa idea di America che viene raccontata, così come in Mulholland Drive c’è una precisa idea di Hollywood. Forse, chissà. Non diamo niente per certo.

L’elenco potrebbe continuare ancora per molto, e certamente in esso occuperebbe un posto d’onore l’elegante, a tratti invasivo e a volte totalmente contrastante, commento musicale del fidato Angelo Badalamenti. Il boss Luigi Castigliane di Mulholland Drive. Quello che indignato sputa l’Espresso sul tovagliolo, poiché non è di suo gradimento. Una scena che ci fa ridere ma che al contempo ci terrorizza. Con le sue musiche Badalamenti sottolinea un mondo che molto spesso ci spaventa, ma facendo leva sull’angoscia e non sulla paura. Con oggetti indefiniti, con sgradevoli e inebrianti sensazioni che sembrano provenire da posti lontani, ci fa sentire ad un passo dall’inconscio e dalle pulsioni più recondite. È un regno questo, che spesso non segue la logica della causa e dell’effetto o della continuità temporale (dove diamine va a finire Bill Pullman Strade Perdute?). Per la maggior parte del tempo ci sembra di non essere forniti dei giusti strumenti per guardare e analizzare un film di Lynch (un consiglio: vedasi la sinossi di Netflix di Inland Empire). Ma questi strumenti non sono assolutamente richiesti. Le sue opere non pretendono mai di essere analizzate, sembrano stare lì per mostrarsi a noi in tutta la loro bellezza. A differenza di quello che può sembrare, non si pongono domande e proprio per questo non sono richieste risposte. Tutto si unisce e converge su se stesso, se lo spettatore vuole compiere un’analisi ne ha il pieno diritto a patto di farlo con estremo rispetto. Non occorre cercare disperatamente un senso, anzi probabilmente sarebbe meglio lasciarsi alle spalle questo ridicolo bisogno.

Scegliendo Mulholland Drive abbiamo scelto il film che ha dato il via alle più innumerevoli interpretazioni, il film della scatola blu a cui tutti hanno cercato di dare un significato. Il film della bionda Diane/Betty con la sua bellissima bruna Camille/Rita. La scena è quella in cui due uomini sono seduti da Winkie’s, un catena di diner inventata da Lynch. Uno spiega all’altro che l’ha portato lì perché ha fatto un sogno, un incubo dove tutto è identico a quel posto a parte la luce che è quella del calar della sera…Nell’incubo c’era l’uomo più spaventoso che lui avesse mai visto.

Sembra una scena perfetta per ragionare sulla distinzione fra sogno/realtà che per Lynch sembrano essere indivisibili, quasi come se la realtà sconfinasse nel sogno e viceversa. I due protagonisti non li vedremo più, appartengono al mondo dei “personaggi di contorno lynchiani”, quelli che non hanno un senso ma che al contempo ne sono investiti completamente, proprio come accade nei sogni. Sembra inoltre che il nome inventato del diner sia preso dall’esercito degli Winkies, le orribili guardie verdi de Il Mago di Oz (film che torna esplicitamente in Cuore Selvaggio). Un altro film dove sogno e realtà si confondono meravigliosamente, come in un campo di papaveri. Il sogno. E chi l’ha rappresentato meglio se non il nostro Lynch con il sogno di Cooper in Twin Peaks?

Il secondo film scelto è Cuore Selvaggio, una delle più belle storie d’amore mai scritte. La fiaba di Sailor Ripley e Lula Fortune li vede protagonisti di una fuga dai cattivi, dove quello che conta è che loro due non si dividano mai. Lula batte i tacchi delle sue scarpette rosse per far si che Sailor torni da lei. Non appena i due si separano, escono dalla loro perfetta fusione, il mondo, che “ha un cuore selvaggio ed è totalmente incomprensibile”, li sovrasta e li divide per sempre. I cattivi sono cattivi davvero: Marietta la perfida madre/strega dell’Ovest, Marcelles Santos e la sua cricca, Bobby Perù. Non vorremmo mai avere a che fare con Juana Durango (l’attrice feticcio Grace Zabriskie). La scena che abbiamo scelto è quella nel deserto, dove Lula sta guidando. La radio non passa musica ma solo brutte notizie.

Il mondo esterno vuole entrare prepotentemente nel loro e sembra la notte dei morti viventi. Ma la musica in Cuore Selvaggio ha un ruolo fondamentale, è simbolo per Lula e Sailor di libertà da tutto il resto. Tanto quanto la giacca di serpente di Sailor Ripley. A cui Lula urla: “Trovami della musica!”. Certo se volessimo soffermarci sul ruolo della musica ( anche del metal, i Rammstein in Strade Perdute ad esempio) non smetteremmo più di cercare di capire, di perderci in mille strade anche noi. In un preciso momento del film Sailor dice di avere anche lui un cuore selvaggio. E questo ci porta ad una possibile conclusione, cioè che tutto il cinema di Lynch ha un cuore selvaggio. Magari il personaggio 00 Spool che sostiene semplicemente di avere un cane che abbaia è più folle di Sailor. Ma nessuno è esente dalla follia. Ognuno nel suo splendido colore contribuisce a creare questo mondo meraviglioso.

Mille domande si affacciano nelle nostre menti, e di conseguenza mille possibili risposte. Perché è vero che Lynch non pretende spiegazioni e non crea enigmi artificiali da farci risolvere. Ma come tutte i grandi artisti riesce con estrema naturalezza a dar vita a regni lontani ma incredibilmente vicini, che si aprono elegantemente a mille interpretazioni. Che ci fanno correre il cervello e venire il mal di pancia per l’emozione.

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