Netflix, la piattaforma streaming che domina il mercato dell’audiovisivo, è, quasi sempre, sinonimo, per gli spettatori abituali, di qualità e originalità riguardo le proprie produzioni, che siano film o serie tv. La casa di produzione di Reed Hastings è molto attiva anche nella realizzazione e diffusione di documentari, che siano nella forma di corti, lungometraggi o serie. In quest’ultima categoria rientra Five Came Back, opera che, in tre episodi dalla durata di un’ora, racconta una storia poco conosciuta come l’impegno militare di cinque registi durante la seconda guerra mondiale.

Nel corso delle tre ore complessive, la voce di Meryl Streep e la testimonianza di cinque registi contemporanei (Steven Spielberg, Lawrence Kasdan, Guillermo Del Toro, Francis Ford Coppola e Paul Greengrass) narrano la curiosa vicenda che coinvolse, tra il 1941 e il 1945, John Ford, Frank Capra, John Huston, George Stevens e William Wyler. Durante il secondo conflitto mondiale, il governo statunitense incaricò i cinque cineasti di realizzare film, con l’obiettivo di sensibilizzare la popolazione americana nei cofronti di una guerra lontana, combattuta in Asia e Europa, e di convincere il più alto numero di civili ad arruolarsi con l’esercito per contrastare l’avanzata fascista e totalitarista. In poche parole, film di propaganda. Il progetto più importante di quegli anni è stato sicuramente Why We Fight, la serie di sette film documentari realizzati sotto la supervisione di Frank Capra. Da Prelude to War (unico film della serie, insieme a Battle of Russia, disponibile su Netflix) a War Comes to America, ciò che salta all’occhio è la sostanziale differenza tra l’opera in sé e il commento di Five Came Back (FCB): la serie del 2017, infatti, tende a “mitizzare” questo genere di film che, di fatto, potrebbero al contrario esser presi come controesempio dei principi (e non regole, che non esistono) alla base del documentario. FCB, nel raccontare la storia, per certi versi eroica e ammirabile dei cinque registi, si scorda di analizzare con sguardo critico ciò che questi andavano a fare.

In questi film si può notare tutta l’incoerenza e l’ipocrisia statunitense nei confronti di un conflitto che, storicamente parlando, ha avuto delle cause ben precise e che i film in questione (come anche Tunisian Victory, sempre di Capra) omettono. Infatti nei film citati vengono tralasciate tutte le cause economiche che una guerra porta con sé e che ha come risultato l’intervento americano, ripetendo all’infinito invece come la motivazione vera dell’entrata in guerra sia dovuta all’altruistico impeto di difesa della libertà e della democrazia (tutti i film si concludono con una V bianca sullo sfondo di una campana che suona con inciso sopra “liberty”).     La mossa corretta di Laurent Bouzerau (regista di FCB) sarebbe stata quella di costruire un discorso anche di valutazione (e non solo di narrazione) dei registi e delle loro opere che, alla luce degli atteggiamenti degli Stati Uniti pochi anni dopo nei confronti di Russia, Cina e dei paesi sconfitti (Giappone e Germania in primis) sono l’ennesimo atto di prepotenza di un modo di pensare, che al cinema documentario non fa mai del bene.

Quello che caratterizza i film in questione è un’assoluta manipolazione dell’informazione e del materiale audiovisivo dell’epoca: la violenza del montaggio (come le ripetitive sequenze dei bombardamenti) e l’eccessività delle musiche, pompose e caricate, disegnano una realtà storica per alcuni aspetti incompatibile od eccessivamente gonfiata. Narrati e raccontati da una voce fuori campo, di stile classico, le pellicole in questione erano però così saturi di una retorica nazionalistica che non hanno fatto altro che spettacolarizzare la guerra, descritta come unica soluzione a tutto. Visto che quella serie di film erano diretti ad una massa che non aveva la possibilità di entrare in contatto con realtà così lontane, la mossa del governo statunitense non è stata delle più corrette. Sotto processo non vanno soltanto i sette film film di Capra, ma anche opere disponibili, e non, su Netflix. Due dei più “agghiaccianti” sono sicuramente Knows your Enemy: Japan e December 7th: The Movie, rispettivamente di Capra e Ford. Questi due film danno una visione del nemico giapponese impregnata di un disgustoso razzismo che, a fini propagandistici, è molto simile ad un modo di comunicare molto attuale (vedi Salvini in Italia o Trump negli Stati Uniti).

Sia in questi due film che in altri, il popolo giapponese viene inquadrato come rude gruppo di conquistatori, volti solo alla raggiungimento dell’egemonia sull’intero pianeta. Una “razza” senza scrupoli, cieca e obbediente al Tanaka Memorial, il corrispettivo giapponese al Mein Kampf, pronta a dominare sugli altri inferiori popoli. Una visione unilaterale, inquadrata e senza vie di pensiero alternative (cosa tendenzialmente auspicabile per un documentario). Per non parlare di un corto documentario, non presente su Netflix, dal titolo The Last bomb, che celebra lo sgancio della bomba atomica. L’ironia di tutto ciò è che queste opere, alla fine dei conti, erano molto più simili ai film che realizzavano nei regimi che tanto accusavano e criticavano (un esempio al riguardo è rappresentato dall’intera produzione documentaristica dell’Istituto Luce). Purtroppo non basta fare un’analisi della condizione socio-politica dell’epoca per poter giustificare, soprattutto dal punto di vista formale, stilistico e narrativo, questo genere di film che, nonostante possano avere obiettivo puro e ammirabile. Il fine non può giustificare i mezzi. Così come Capra e colleghi avrebbero dovuto dare una visione più completa dei soggetti narrati, anche Five Came Back (e quindi Netflix) avrebbe dovuto analizzare con maggiore chiarezza e trasparenza.

Non tutti i film che vengono analizzati sono però da condannare: grazie a registi come John Huston e George Stevens, il cinema documentario statunitense ha visto dei tasselli fondamentali nella sua crescita. Il regista de Il mistero del falco ha realizzato, durante il suo periodo “militare” due film fondamentali come San Pietro e Let There Be Light: il primo è la ricostruzione, attraverso materiale girato sul momento, pellicola d’archvio e scene rigirate, della battaglia di San Pietro, in Italia, mentre il secondo è il racconto del percorso di riabilitazione dei militari traumatizzati psicologicamente dal conflitto. George Stevens invece è autore del corto Nazi Concentration Camps, una cruda e senza filtri testimonianza visiva delle barbarie nei confronti degli ebrei all’interno dei campi di concentramento. Queste opere, attraverso un linguaggio sobrio, saggio e un occhio attento al soggetto che si sta riprendendo, danno alla guerra ciò che i film precedenti avevano scordato: la sua assoluta insensatezza. Questi tre film parlano di uomini, i veri protagonisti della vicenda bellica, e non di strategie, credenze e pregiudizi. Toccando tasti molto delicati, questi tre corti ridanno umanità all’individuo filmato, che sia l’abitante del centro Italia senza più una casa, o il reduce shockato. Infine, il film di Stevens rappresenta una delle più importanti testimonianze audiovisive riguardo l’atrocità del campo di concentramento. Un film necessario quanto crudo. Il suo sguardo non è indifferente, ma è rassegnato, muto, senza possibilità di giustificare, inerme. Nazi Concentration Camps è un’opera che ha molto da insegnare al cinema documentario attuale, che alcune volte, come Rosi in Fuocoammare, deve raccontare anche quello che non andrebbe fatto vedere mai. Non per omertà, ma per rispetto ed etica, che devono essere alla base del lavoro documentaristico.

Per concludere, Five Came Back, film che propaganda sia un modo di fare cinema, sia un modo di pensare e di agire tipicamente americano, deve essere visto insieme a tutti gli altri film (alcuni su Netflix, altri reperibili su YouTube) che cita e analizza nel corso delle tre ore complessive. È solo attraverso questa visione suppletiva che si può comprendere il potere del documentario (e la pericolosità di quello propagandistico, vedi Letter from Siberia di Chris Marker) nella costruzione di pensieri, nella manipolazione dell’atto del ragionare. Il documentario non è un racconto oggettivo della realtà, ma è una visione soggettiva e personale della realtà, che il regista propone, L’importante è dare la possibilità al fruitore di poter ragionare, riflettere su ciò che si è visto e da lì mettere insieme i propri pensieri per avere una propria opinione riguardo alla realtà che, piaccia o no ad autori come Michael Moore e Sabina Guzzanti, è relativa.

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