Sono in corso diversi e interessanti dibattiti sull’identità corrente del cinema indipendente, sul dove sia diretto, su quanto possa davvero competere con i prodotti ad alto budget, di come in fondo l’etichetta “indie” sia ormai una definizione superata. Perfino Robert Redford, ha di recente affermato con amarezza che la produzione e il mercato sono cambiati, che il Sundance Film Festival, la Mecca degli autori indipendenti, è diventato luogo di svendita e commercializzazione degli intenti originari. Eppure, il cuore pulsante di un genere, se così possiamo definirlo, transita ancora nella verità e nei risultati fulminanti di certe pellicole straordinarie, che tanto fanno gola alle kermesse più prestigiose. Fruitvale Station, Premio del Pubblico al Sundance e Miglior Opera Prima a Cannes nel 2013, è un film inattaccabile. E al lato di certe inutili discussioni, esso scavalca le domande di qualità legate a quanto denaro si investa nella realizzazione e nei mezzi, perché qui ciò che conta sono i contenuti, ovvero racconti di normale quotidianità che diventano magicamente lampi di luce e ruggenti grida d’attenzione.

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A sostegno di una quasi totale perfezione d’insieme, ci  sono i vari elementi tecnici e stilistici che Ryan Coogler, qui alla sua prima prova dietro la macchina da presa (seguiranno Creed e il cinecomic Marvel Black Panther), combina nel suo racconto: Fruitvale Station è costruito sull’attesa di un evento reale e tragico svelato nella prima scena, che si trascinerà fino all’epilogo movimentato, inatteso nonostante la coscienza abbia già appreso quel futuro infame. Così ci ritroviamo a rincorrerlo tra le strade dei sobborghi americani e le note hip hop, tra il calore e la semplicità del fuoco familiare e l’eccitazione per l’avvento del nuovo anno, una data in cui la rinascita e la morte si scambiano di posto nel treno delle ultime corse.

Il treno, simbolo chiave del bellissimo film di Coogler, è oggetto strano e neutrale, veicolo di sogni e speranze di una civiltà che a stento riconosce la pacifica convivenza tra etnie e colori diversi, visione ottimista che spegne i suoi bagliori non appena le porte vengono aperte al dramma di un innocente, il ventiduenne Oscar Grant, ucciso nel 2009 da un agente di polizia. Il giorno pianta il seme dell’attesa, la notte dissolve l’inaspettato, e nel mezzo, grazie al cinema indipendente, riscopriamo ancora la gioia di sussultare. Imperdibile.

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About Author

Co-fondatore e caporedattore di Vertigo24, editor per Everyeye, Cinefilos.it e Lifestar. Studiosa di cinema, vivo con un piede negli anni Ottanta di John Hughes e uno nel mondo di Sofia Coppola. Registi preferiti? Richard Linklater, Noah Baumbach, Denis Villeneuve, Spike Jonze, Nicolas Winding Refn.

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