Michael Haneke ha intitolato la sua ultima fatica cinematografica Happy End. Lieto fine. Eppure non c’è, né può esserci lieto fine per le anime perdute che si aggirano nel vuoto cosmico della pellicola, incrociandosi di tanto in tanto e poi allontanandosi nuovamente. Anzi, il vuoto può essere considerato il vero protagonista di Happy End: il vuoto sentimentale e morale che affligge una famiglia altoborghese; il distacco non solo dalla realtà circostante e dalla servitù che li accudisce, ma anche fra gli stessi familiari; infine, la distanza fra personaggi e macchina da presa. In assenza di una colonna sonora, un silenzio straniante avvolge la villa dei Laurent, in cui vive la famiglia allargata. Il patriarca Georges (Jean-Louis Trintignant), ormai vecchio e sconfitto, ha ceduto le redini della sua impresa edile alla figlia Anne (Isabelle Huppert), i cui unici interessi sono gli affari e il mantenimento delle apparenze a dispetto del comportamento irresponsabile di suo figlio Pierre (Franz Rogowski).

Tutti loro vengono messi sotto il microscopio dalla silenziosa Eve (Fantine Harduin), figlia del fratello di Anne, Thomas (Mathieu Kassovitz). L’inquietante ragazzina ricorda moltissimo la piccola Paloma di L’eleganza del riccio, con la sua bizzarra ossessione per l’avvelenamento, i sonniferi testati sugli animali domestici e i filmati amatoriali. A questo proposito, i frammenti di video realizzati con lo smartphone sono tra le migliori trovate del film, e sottolineano come la tecnologia possa approfondire la distanza tra le persone; un tema presente anche nella relazione adultera che Thomas intrattiene con una violoncellista, fatto quasi esclusivamente di messaggi spinti scambiati su Facebook. Il tutto ricorda un po’ il romanzo “È un problema” di Agatha Christie: un’enorme casa in cui si vive circondati da lusso e segreti, con tanto di anziano capofamiglia in declino e nipotina insinuante. Ha qualcosa dell’horror, questo Happy End: ognuno a modo proprio, tutti i Laurent sono dei mostri. La morte è sempre presente: misteriosa, spesso inattesa, a volte voluta.

Ma tra un incipit fulminante e un bellissimo finale il ritmo si perde, il vuoto si fa un po’ troppo pervasivo. I buchi nella narrazione, più che funzionali alla storia, sembrano volutamente oscuri, mirati a confondere lo spettatore. Come le frasi del vecchio Georges, spesso ripetute nella sua demenza senile, scene pressoché identiche si ripetono inutilmente, per puro gusto estetico. E non c’è dubbio che Happy End sia bellissimo da vedere: ma è una bellezza sterile, sicura, che non si assume rischi. Non a caso Haneke riprende il tema dell’eutanasia dal suo capolavoro Amour, vincitore del premio Oscar come miglior film straniero. Così come non c’è nulla di nuovo nella critica all’alta società che ha perso i suoi valori, infatti di disamine sulla borghesia francese e la banalità del male è pieno il cinema.

Ormai sembra un genere fatto su misura per gli stessi privilegiati che critica, un modo per esorcizzare il senso di colpa, vergognarsi per un’ora e mezza e poi tutto come prima. Chi cerca di andare contro corrente viene prontamente zittito, come il giovane Pierre Laurent, la cui ribellione allo status viene sminuita, ridotta a meschina intemperanza giovanile. Parafrasando l’opera dello stesso Haneke, l’estetica fine a sé stessa ha soffocato con un cuscino qualsiasi significato, e così facendo ha perso ogni senso della direzione. Ecco perché a fine visione si esce dalla sala colpiti, certo, dalla potenza del finale, ma con l’amaro in bocca.

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Aspirante sceneggiatrice, ha una dipendenza da popcorn e non sa vivere senza una tastiera. Nel tempo libero pratica il binge-watching e si rende impopolare snobbando Sorrentino. Estimatrice di fantasy e sci-fi e appassionata di cinema d’animazione, è portatrice sana di sindrome di Peter Pan.

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