Dopo il debutto trionfale di Boyhood, il nome di Richard Linklater era sulla bocca di tutti. È stato più volte definito come il grande manipolatore del tempo, il regista che più aveva assottigliato il confine tra vita e cinema, l’eroe romantico del cinema indie. Effettivamente le imprese compiute prima con la trilogia Before (Before Sunrise; Before Sunset; Before Midnight) completata in 18 anni, poi con Boyhood, quando portò il tempo di lavorazione di un film a 12 anni, rendono la sua filmografia un’operazione rara e prestigiosa, quasi più importante di ogni film considerato nella propria singolarità. Quest’alone di misticismo attorno alla produzione dei suoi film, però, ha fatto molto spesso passare in secondo piano la capacità di Linklater di essere uno dei più grandi narratori del nostro tempo.

Tolta infatti tutta la grande sperimentazione registica, dei suoi film rimane l’acuta analisi del tempo storico che sta mettendo in scena, che gran parte delle volte non corrisponde a quello attuale. Il minimalismo delle situazioni narratologiche e della composizione dei dialoghi riescono a tracciare in ogni film un quadro perfetto e riconoscibile che può passare dagli anni ’70 a quelli ’00 senza che si perda di credibilità. Ed i protagonisti di queste istantanee sono quasi solo esclusivamente i giovani adolescenti. Linklater ha contribuito a creare un topos che ha fatto la fortuna del cinema indipendente degli anni a venire, ovvero quello di concentrarsi sulla fascia d’età compresa tra il liceo e i cosiddetti twenty-something, anni di maturità e di maggiore ricezione degli stimoli della società.

28 Maggio 1976. Il giorno di Dazed and Confused 

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Nel 1993 per Linklater si aprono le porte del grande cinema e come manifesto artistico sceglie di raccontare l’ultimo giorno di scuola di un gruppo di adolescenti degli anni ’70. Che cosa succede durante il film? Niente, o almeno niente di particolare. La normalità con cui interagiscono ragazzi di diversa età e sesso è la cosa più sconvolgente che il regista potesse mostrare, individuando nel comportamento del gruppo le stesse attitudini che circa 20 anni dopo ognuno poteva riconoscere nella propria quotidianità. Si parla di sport, di amore, di divertimento con droga ed alcool del tutto esplicitati ma mai portati all’eccesso. Con La Vita è un Sogno, pessima traduzione del titolo originale, Linklater mostra gli adolescenti più spensierati che hanno nel DNA ribellione giovanile e concerti degli Aerosmith senza la vivacità sessantottina né la frustrazione dei decenni a seguire.

La Generazione X di Slacker SubUrbia 

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Slacker è uno dei debutti più folgoranti della storia del cinema indipendente, e non solo. (Ad onor del vero sarebbe il secondo lungometraggio di Linklater dopo It’s Impossible to Learn to Plow by Reading Books, film girato in Super 8 ma praticamente ignorato se non come bonus della versione Home Video di Slacker). Il film si compone di una quarantina di spezzoni che raccontano parti di vite di un centinaio di giovani personaggi impegnati nella loro quotidianità. Dagli aleatori discorsi che vanno dall’omicidio di JFK agli UFO, emerge un’apatia ed un interesse esclusivamente intellettuale e distaccato verso la vita e la società tipica della cosiddetta Generazione XSlacker fu così disarmante che diventò un manifesto per i giovani vissuti durante la guerra fredda al pari dell’album capolavoro Nevermind dei Nirvana e contribuì alla fine dell’emarginazione artistica di Linklater. Cinque anni dopo il regista tornò a raccontare questa generazione invisibile in SubUrbia, un film che è quasi un monologo di alcuni ragazzi fermi in un parcheggio di un minimarket notturno e del tutto immersi nella loro condizione di frustrazione e di stagnamento. Si va a comporre un quadro di rabbia repressa e resa nei confronti del mondo esterno tipica dell’inizio degli anni ’90 che qualcuno ha osato definire punk e che insieme a quello di Slaker va a formare un dittico di estremo interesse sociologico.

Dai ’90 ai ’00 di Jesse e Celine e Boyhood

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La trilogia dell’amore di Jesse e Celine ed il percorso di crescita di Boyhood segnano i due punti più alti della carriera di Linklater. Sebbene nella sua filmografia ci siano comunque lavori più interessanti, la continuità e la coerenza con cui sono stati portati avanti negli anni questi due progetti è qualcosa di estremamente raro. Nel 1995 Prima dell’Alba mise sul grande schermo l’ingenuità e la spensieratezza di due ventenni e di un amore agli arbori attraverso un dialogo continuo a due sole voci. La contestualizzazione spazio-temporale è poco rilevante in questo caso, ma l’intera credibilità del progetto è basata sulla naturalezza delle argomentazioni che vengono messe in scena. Studio, lavoro, vita e morte sono affrontati con l’approccio tipico di quell’età così come avviene nell’episodio successivo, Prima del Tramonto di nove anni dopo, in cui il tono cambia nettamente abbandonando la fase di immaturità dei due protagonisti. Con Boyhood il livello si alza: Linklater non solo cambia la modalità di scrittura dei personaggi durante le varie fasi, ma decide anche di approfondire le situazione sociali attorno a questi. Grazie a questo film si ha una panoramica dell’America tra il 2002 e il 2013 che attraversa la moda, la cultura pop, la politica ed è filtrata dagli occhi dei giovani protagonisti che ne assimilano le peculiarità. Un vero viaggio cinematografico attraverso un decennio.

Con Tutti Vogliono Qualcosa, in uscita il prossimo giugno, Linklater si prepara a mettere un altro tassello nella sua linea del tempo giovanile andando ad immergersi nei favolosi anni ’80 dei college americani.

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Il suo cinema del cuore è quello che sta tra Margot Tenenbaum e Frances Ha. Una volta ha anche provato a vedere un cinecomic, ma è una cosa divertente che non farà mai più

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