Reynolds Woodcock è un rinomato stilista nell’Inghilterra del dopo guerra ma le sue nevrosi e debolezze verranno scoperte e messe a dura prova da una donna conosciuta per caso. Affiancato anche dall’imperscrutabile sorella, Reynolds dovrà confrontarsi con se stesso, la sua psiche e il valore del proprio operato attraverso – e grazie – la maledizione che l’amore ha deciso di concedergli.

La ricerca della perfezione è quasi sempre un vortice che porta alla pazzia. Ma se della perfezione se ne fa la propria unica ragione di vita, allora questo percorso potrebbe essere da sempre insito in chi, questo obiettivo, lo persegue. Il filo nascosto è un capolavoro dal sapore retrò, tipico di quel cinema anni ’40 che della magnificenza faceva un marchio di fabbrica e Paul Thomas Anderson firma, oltre alla regia perfetta, una fotografia che punta al dettaglio e ai contrasti, così come lo è tutto il film in fondo: una storia di contrasti. Esplorati i meandri del potere e della società nelle precedenti pellicola, l’autore sposta lo spettro macrocosmico di questa lotta perenne nello studio di una battaglia ancora più antica, che altro non è che l’archetipo della società primaria, l’uomo e la donna.

Anderson si serve di un Daniel Day-Lewis calibrato come non mai per scandagliare la psiche di una leggenda che è solo ciò che non mostra. In continua balia di un mondo di donne, il suo è un potere di facciata, di estetica, ma il potere etico è in mano, per l’appunto, alle donne. Alla sua musa, in grado di farlo regredire ad uno stato infantile al solo scopo di controllarlo, alla sorella che gestisce gli affari e il suo mito e alla defunta madre, archetipo di uno spettro mai del tutto sparito che lo relega al regno dei morti, del fuori campo e dell’inconscio, grande giudice e tiranno della sua vita e del rapporto con gli altri. E se dobbiamo concederci il lusso di pensare che in fondo l’etica e l’estetica siano una cosa sola, non possiamo esimerci dal pensare che la coppia formata dallo stilista britannico e la sua Medea (Vicky Krieps) sia l’energia che smuove ogni storia, ovvero l’energia dell’odio, dello scontro, dell’amore e della riconciliazione.

Il filo nascosto è l’apice che il cinema di Paul Thomas Anderson raggiunge in questa sua fase artistica, lasciando indietro immensi film corali dagli spazi ampi e agorafobici, passando ai pochi ambienti che servono e si fanno servire dai due protagonisti. È un continuo limare rispetto ai precedenti capolavori, un continuo lasciarsi andare che tiene sempre meno conto di una sceneggiatura ferrea e incontrovertibile, quasi da romanzo, per guidare, in un’esplosione di bellezza, i due perfetti protagonisti. Ricordandoci che il cinema è immagine, non scrittura. Il regista lascia a questa coppia il compito di tessere mille e più tele, nascoste o visibili ma sempre intricate, come quelle dei ragni, perfette ma mortali.

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Da sempre cerco di distaccarmi da ogni moda e tendenza esistente, di fatto illudendomi. L'imprinting melodrammatico datomi dalla visione del Re Leone in tenera età mi ha permesso di crearmi categorie estetiche che a stento riesco e modificare. E poi mi lamento se sto antipatico a tutti. Complessato peggio di Bergman, logorroico come Allen, cerco di essere intelligente come Kubrick. Purtroppo mi riescono bene solo le prime due cose.

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