Jim Carrey, classe 1962, è il tipico attore tutto cuore e niente cervello. Negli anni 90’ la carriera da comico, e poi da attore milionario, l’ hanno reso un’icona dell’infanzia di molti e per questo intoccabile. Se sfogliamo la sua filmografia possiamo vedere come i titoli presenti non siano di per sé grandi film, eppure qualcosa ce li ha fatti amare e di certo non grazie ai registi, tranne qualche rara eccezione. E proprio nelle eccezioni si cela il genio e il genio di Carrey. Punta di diamante nella sua carriera è il film di Milos Forman, Man on the Moon in cui, ispirato come pochi, interpreta l’istrionico Andy Kaufman, showman (non chiamatelo comico) attivo durante gli anni settanta e famoso per il suo stile eccentrico e confusionario; non perché lo fosse in termini di ordine di linguaggio o di repertorio, quanto per gli obbiettivi che si prefiggeva una volta sul palco. Punto focale dei suoi spettacoli non era provocare la risata ma suscitare un “disturbo” nella persona, un fastidio, un’emozione in generale che facesse alzare dalla sedia, ridere o piangere, non importa. Un solletico nell’inconscio in grado di farti correre a casa e abbracciare tuo padre, riaprire un vecchio quaderno delle medie o semplicemente farti arrabbiare, senza motivo.

Interpretarlo non sarebbe stato facile. Non bastava semplicemente vestirne i panni. Ciò che serviva era continuare lo scherzo che l’attore perpetra da secoli, diluire sempre di più la realtà dalla finzione. E Jim Carrey si rivelò pressoché perfetto nella parte: non fu bravo, né si annullò nei confronti del personaggio, quello che successe al corpo di Jim fu una vera e propria trasmutazione spiritica e che ci crediate o no, Andy è tornato sulla terra nel 1999. Il documentario Jim & Andy: the Great Beyond-the Story of Jim Carrey & Andy Kaufman with a very special, contractually obligated mention of Tony Clifton (il titolo dice già molto della natura di Jim e Andy), uscito il 17 novembre su Netflix, è un amorevole compendio di footage e backstage delle riprese del film di Forman dove possiamo vedere un Jim Carrey sempre emozionato raccontare la sua esperienza e soprattutto le conseguenze che il ruolo ha portato nella sua vita. Perché fare un film così non ti lascia indifferente e Jim non è stato più lo stesso dopo il 1999.

Il doc non è un percorso cinematografico né un approfondimento sulla storia del protagonista, ma un tuffo nella psiche di Carrey e nella sua personale visione del significato di attore. Un’ auto-analisi senza sé e senza ma che tanto ci dice della sua carriera e del futuro che lo aspetta, forse non del tutto roseo. Dopo gli anni 2000 (esclusa la parentesi Michel Gondry) Carrey non ha più affrontato ruoli di spessore e la sua carica sembra essere rilegata ai vent’anni che furono, alla sua indole rivoluzionaria pronta a distruggere Hollywood. Forse non ce l’ha fatta, ma è quello che succede quando sei un attore tutto cuore e niente cervello. I rivoluzionari però muoiono giovani e Jim Carrey vive ancora, così come Andy Kaufman, così come pure Tony Clifton, in attesa di rivederli tutti, magari sotto l’ennesima nuova maschera.

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Da sempre cerco di distaccarmi da ogni moda e tendenza esistente, di fatto illudendomi. L’imprinting melodrammatico datomi dalla visione del Re Leone in tenera età mi ha permesso di crearmi categorie estetiche che a stento riesco e modificare. E poi mi lamento se sto antipatico a tutti. Complessato peggio di Bergman, logorroico come Allen, cerco di essere intelligente come Kubrick. Purtroppo mi riescono bene solo le prime due cose.

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