Il 28 aprile esce nelle sale italiane il nuovo film diretto da Gus Van Sant: The Sea of Trees (in italiano La Foresta Dei Sogni). Prodotto da Bloom in collaborazione con Waypoint Entertainment e Netter Productions, viene selezionato per concorrere nel 2015 alla Palma D’oro per il Festival di Cannes. Chris Sparling, sceneggiatore del film, si imbatte online nella Foresta Dei Suicidi (Aokigahara) e porta avanti un progetto impostato sull’importanza di un luogo, di un obiettivo, e della distanza che intercorre tra i due.

Matthew McConaughey interpreta Arthur, un uomo di scienza particolarmente introverso e apparentemente egoista. Naomi Watts è Joan, la moglie di Arthur. Insieme mettono in piedi tentativi di comunicazione molto nobili, affrontando livelli particolarmente complessi dal punto di vista relazionale oltre che coniugale. La vita porta Arthur nel solito punto in cui niente è programmabile e niente procede nel verso più indolore. Il cammino di Arthur si sposta in direzione della foresta dei sogni, ovvero Aokigahara, situata in Giappone. Il terzo personaggio chiave è proprio qui, si chiama Takumi Nakamura (Ken Watanabe). La differenza spirituale e culturale che caratterizza il background di Arthur e Takumi è parte di un processo di scrittura molto sottile, indirizzato verso chi ha davvero occhi e orecchie per scavare nelle motivazioni della trama. The Sea Of Trees parte da una sceneggiatura molto coraggiosa, ma allo stesso tempo brillante. L’attore premio Oscar McConaughey dichiara: “La foresta dei sogni ha rappresentato per me una scelta interiore e istintiva, avevo appena finito di girare Interstellar, un viaggio lontano. Questa era invece una partenza da un profondo viaggio interiore”.

A realizzare ciò che c’era nella mente di Sparling, interviene il regista Gus Van Sant. Noto per le sue produzioni spesso altalenanti tra la sperimentazione estrema (degna di palme d’oro) e la sfera americana più commerciale, Van Sant permea il film di un compromesso notevole. Il dualismo tra amore e morte (tema presente come non mai nella sua Trilogia della Morte), ha incontrato quindi il favore della sua regia. La macchina da presa coglie sfumature domestiche, si inoltra negli ambienti sacri della foresta, scruta negli occhi del protagonista Arthur avvicinandosi senza paura di spaventare lo spettatore.

Ciò che sembra scontato, si rivela invece un punto di vista ben studiato per cogliere l’empatia del pubblico, caratterizzando allo stesso tempo i personaggi. Forse i fischi di Cannes non avevano ben riflettuto sulle difficoltà produttive di un film tanto singolare, senza contare la scelta delle location (che comprende la stessa Aokigahara) per donarci una visione a 360° della misteriosa foresta. È impossibile non cogliere l’importanza delle opposizioni drammaturgiche (in termini di caratterizzazione dei personaggi) come è impossibile non provare ammirazione per la scelta di uno spunto reale quale la foresta e la sua storia. Il cast artistico svolge il suo dovere in maniera eccellente, dandoci qualche strumento in più in merito ai pregi e difetti dell’essere umano all’interno di una coppia. Si tratta alla fine di un film che, una volta visto, non può che aggiungere qualcosa alla nostra sete di vita e di cinema. 

70%
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Awesome

Van Sant permea il film di un compromesso notevole. Il dualismo tra amore e morte (tema presente come non mai nella sua Trilogia della Morte), ha incontrato quindi il favore della sua regia.

  • Voto di Danila Giancipoli
    7
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