Si dice spesso, più o meno seriamente, che al cinema la sofferenza degli animali impressiona più di quella umana. In questo senso La signora dello zoo di Varsavia, che unisce la tragedia dell’Olocausto a una gran quantità di bestiole in difficoltà, sembra fatto su misura per strappare fiumi di lacrime anche agli spettatori più smaliziati. E questo la dice lunga su un’industria del cinema ormai satura di film sulla Seconda Guerra Mondiale. Cosa distingue allora La signora dello zoo di Varsavia dalla folla di emuli di Schindler’s List? Certo la regista Niki Caro (North Country – Storia di Josey) non è Spielberg, ma si difende bene, mostrandoci aspetti della Shoah che spesso non vengono rappresentati: i modi in cui la vita proseguiva all’interno del ghetto, o il conflitto interiore attraversato da coloro che sceglievano di aiutare gli ebrei perseguitati. Dei coniugi Zabinski, alla cui storia vera si ispira il film, più che gli straordinari atti compiuti si evidenziano le debolezze, le paure, l’intimità domestica. E sebbene in concreto sia stato il guardiano dello zoo Jan Zabinski (Johan Heldenbergh) a assumersi i rischi maggiori, l’attenzione si concentra su sua moglie Antonina, interpretata da Jessica Chastain (Zero Dark Thirty, Interstellar). Non a caso il film comincia con Antonina che percorre in bicicletta i viali dello zoo di Varsavia, salutando gli animali per nome come una principessa Disney.

La presenza degli animali ha breve durata nella pellicola; in seguito al disastroso bombardamento che colpì tutta Varsavia, gli Zabinski iniziarono a usare il loro zoo per aiutare centinaia di ebrei a fuggire dal ghetto. Tuttavia i pochi minuti dedicati a una famiglia di elefanti, o al cucciolo di cammello Adam, o ai leoncini che dividono il letto con il figlio di Antonina e Jan, creano una dinamica narrativa ricorrente che contrappone in modo fin troppo esplicito l’innocenza degli animali alla crudeltà dell’uomo. La sceneggiatura di Angela Workman, basata sul romanzo di Diane Ackerman “Gli ebrei dello zoo di Varsavia”, calca troppo la mano su questa tematica e, con una serie di dialoghi prevedibili quando non completamente superflui, contribuisce a creare un’atmosfera stucchevole.

A salvare, almeno in parte, la situazione è l’interpretazione toccante ma equilibrata della Chastain. La sua Antonina non è un’eroina: è una donna timida, più a suo agio con gli animali che con le persone; una madre che teme di mettere in pericolo la propria famiglia con le sue azioni. Un altro punto di forza è il rapporto fra Antonina e Lutz Heck, un ufficiale nazista che si invaghisce di lei e scegli proprio lo zoo di Varsavia come sede dei suoi esperimenti zoologici. Daniel Brühl (Rush, Captain America: Civil War) riesce con la consueta bravura a dare profondità al suo personaggio, andando oltre i soliti stereotipati nazisti cinematografici, ma nulla può contro un arco narrativo che sembra ideato solo per fornire una diversione romantica, e che si chiude in modo deludente.

Visivamente piacevole, La signora dello zoo di Varsavia comprende alcuni momenti davvero emozionanti, soprattutto per il modo in cui Niki Caro, giocando sui contrasti, sulle luci e le forme, sceglie di rappresentare i rari istanti di pace domestica e quelli in cui la surrealtà della guerra emerge prepotentemente. Sono splendidi anche piccoli dettagli come l’uso del pianoforte per comunicare allarme o sicurezza, e le scene stranianti degli animali in fuga attraverso la città in macerie. Eppure non si riesce a sfuggire alla sensazione che un’opportunità sia andata sprecata, e che correndo qualche rischio in più si sarebbe potuto rendere meglio giustizia a una bella storia.

65%
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Visivamente piacevole, La signora dello zoo di Varsavia comprende alcuni momenti davvero emozionanti, soprattutto per il modo in cui Niki Caro, giocando sui contrasti, sulle luci e le forme, sceglie di rappresentare i rari istanti di pace domestica e quelli in cui la surrealtà della guerra emerge prepotentemente.

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Aspirante sceneggiatrice, ha una dipendenza da popcorn e non sa vivere senza una tastiera. Nel tempo libero pratica il binge-watching e si rende impopolare snobbando Sorrentino. Estimatrice di fantasy e sci-fi e appassionata di cinema d'animazione, è portatrice sana di sindrome di Peter Pan.

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