Era solo questione di tempo prima che una delle 20th Century Women più influenti degli ultimi anni approdasse in cabina di regia. Dopo una serie di esperienze formanti e confermanti nei circuiti indipendenti statunitensi, Greta Gerwig ha deciso di “concludere” da sola l’immaginaria trilogia autobiografica che ha avuto origine nei due film diretti dal compagno Noah Baumbach, Frances Ha (2012) e Mistress America (2015). Nate dalla loro collaborazione in sede di sceneggiatura, Frances  Halladay e Brooke Cardinas erano donne forti, indipendenti, goffe, bizzarre, sognatrici, «the last cowboys», specchio metaforico del percorso artistico della stessa Gerwig che decise di allontanarsi dalla sua Sacramento per trasferirsi a New York, capitale di un preciso e affascinante fermento culturale (quello che ha il seme nella New Hollywood, per intenderci). Ma è sopratutto la sua Frances, tozza ballerina contemporanea divisa tra l’affetto per l’amica e una disastrosa situazione economica, che questa attrice ha conquistato l’interesse della critica internazionale, arrivando anche a collaborare con altri registi ampiamente affermati come Pablo Larraìn (Jackie) e Wes Anderson (come doppiatrice ne L’isola dei Cani). All’incirca a metà di Frances Ha, la protagonista decideva di trascorrere le vacanze natalizie nella sua città d’origine, Sacramento per l’appunto, dove la vita sembra essere molto meno problematica di New York e le persone si intrattengono con la fede, lo shopping nei grandi magazzini e rinvigorenti passeggiate. Con Lady Bird, Greta Gerwig riparte proprio da qui, allargandone l’universo e donando agli spettatori (e alla giovane sé stessa californiana) una commuovente fotografia animata della sua adolescenza.

2002, Sacramento. Christine McPherson (Saoirse Ronan) è una studentessa dell’ultimo anno di un liceo cattolico e vuole essere chiamata da tutti “Lady Bird”. Vive nella «wrong side of the tracks» (la parte “povera” della cittadina a cui si accede superando la ferrovia) assieme alla sua famiglia composta da un padre disoccupato (Tracy Letts), un fratello adottivo (Jordan Rodrigues) e una madre (Laurie Metcalf) con cui ha un rapporto bellicoso fatto di continui battibecchi e sentenze mortifere. Sogna di andare in un college della East Cost grazie ad una borsa di studio (l’unico modo per andarci, visto che i suoi non si possono permettere la retta ordinaria) e condivide il suo irriverente modo di vedere il mondo con l’amica Julie (Beanie Feldstein), magari mentre si finiscono un’intera scatola di ostie non ancora consacrate. Nonostante il suo rendimento scolastico non sia stato mai tra i migliori, può contare del sostegno dell’insegnante di filosofia, sorella Sarah Joan (Lois Smith), la quale le consiglia di partecipare attivamente nella comunità attraverso il corso extra-scolastico di musical. In questo ultimo anno di liceo, Lady Bird dovrà impegnarsi duramente per ottenere ciò che vuole, trovare un “compromesso” con la madre e superare tutti i difficili step della sua età: dalle prime cotte (Lucas Hedges e Timothee Chalamet) al capire chi voglia essere davvero.

Al termine della visione si capisce subito quanto sia riduttivo incastrare Lady Bird sotto l’etichetta dei coming of age, pur contenendo molti elementi in comune ad altri teen drama “delle prime volte” che hanno riempito le sale negli ultimi anni; sicuramente condivide la stessa frustrazione di 17 anni (e come uscirne vivi) o la “tranquilla” periferia di Noi Siamo Infinito, ma l’opera prima di Greta Gerwig schizza velocemente oltre il suo stretto contesto, si allarga oltre le barriere generazionali e arriva a toccare delle verità condivisibili dai più. Ed è proprio la verità a plasmare ogni singola, semplice e precisa inquadratura pastello (il dop è Sam Levy, lo stesso di Baumbach) della storia di Christine, lei che rigetta persino il suo nome per anticipare il distacco dal nido, ma da cui ritornerà sempre (anche se solo in maniera spirituale) perché capisce di non poter fare a meno di quello che la famiglia le ha insegnato ad essere nel bene e nel male. Sebbene sia fondamentale per la sua crescita, il catalogo di situazioni adolescenziali classiche (la cotta, la droga, il sesso, la ribellione, gli scherzi…) non è stato progettato per relegare nello stereotipo quello che Lady Bird sia in realtà, ovvero un’incredibile e appassionante storia d’amore tra una madre e una figlia e, espandendo, tra un essere umano e la sua città natale.

Dalla prima immagine che incornicia le straordinarie Laurie Metcalf e Saoirse Ronan mentre dormono faccia a faccia nello stesso letto a quel commuovente montaggio finale che le alterna mentre guidano emozionate per le strade di Sacramento, lo spettatore è rapito dall’evolversi di questo rapporto dalle mille sfumature emozionali: da una parte c’è una figlia ribelle, arrabbiata, insoddisfatta, determinata (come gli altri alter ego della Gerwig), innamorata del suo stesso atteggiamento non convenzionale, “corrotta” da sogni lontani e cieca in quelli che le stanno attorno; dall’altra invece c’è una madre severa, orgogliosa, stacanovista, sarcastica, realistica, «amorevole ma terrificante», che segretamente rammenda il disordine dei propri figli e che confabula con il marito sulle sorti della Casa (perché così fanno i genitori come forma di protezione). Le due dovranno imparare a dialogare, capirsi, ad essere la «versione migliori di loro stesse» e per riuscirci sarà necessario il naturale allontanamento, perché solo in questo modo potranno avere uno sguardo nostalgico e critico su quello che sono state per tutti quegli anni di convivenza amorevolmente forzata. E Greta Gerwig è fenomenale nel dirci che se non fosse stato così anche per lei, probabilmente non sarebbe stata in grado di ringraziare, esattamente come lo fa sul finale Lady Bird, un passato che si porterà dentro per sempre.

Share.

About Author

Laureato in "Progettazione e Gestione di Eventi e Imprese dell'Arte e dello Spettacolo" con una tesi sul percorso registico di Noah Baumbach e, in particolare, sull'aspetto fotografico del suo "Frances Ha". Adesso, specializzando in "Storia e Critica dello Spettacolo". Incline alla disperazione quando qualcuno pone la domanda "qual è il tuo film/regista/attore preferito?" perché la risposta sarebbe sempre la stessa, ovvero un banale "io vivo di cinema".

Leave A Reply