Andrew Haigh, classe 1973, britannico, ha oggi all’attivo due film distribuiti in Italia. Nell’arco di quattro mesi, infatti, nelle sale nostrane sono sbarcati, nell’ordine, 45 Anni Weekend, facendo comparire improvvisamente il nome del regista tra la lista di quelli da tenere d’occhio nei prossimi anni. Ma cosa è successo? 45 Anni, terzo lungometraggio dell’autore viene selezionato dal Festival di Berlino 2015 dove raccoglie critiche entusiaste e grandi apprezzamenti, in particolar modo per l’interpretazione femminile di Charlotte Rampling che vince l’Orso d’Argento di quell’edizione e viene così lanciata per la prima candidatura all’Oscar dopo cinquanta anni di immacolata carriera. Il film diventa dunque uno di quelli da non perdere , cominciando a raccogliere distribuzioni in giro per il mondo, anche in Italia. Lo sguardo originale ed intimista di Haigh convince talmente tanto da far decidere di proporre al pubblico, dopo solo qualche mese, anche il suo film precedenteWeekend, uscito nel 2011 ed emblema di quel fare prettamente indipendente che ti permette di girare un lungometraggio in due settimane, con 80mila sterline raccolte faticosamente in quattro anni. Il percorso distributivo di Andrew Haigh in Italia è senza dubbio anomalo ma, paradossalmente, potrebbe aver aiutato molto la comprensione del punto di vista del regista.

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Weekend segue l’inizio di una relazione tra due ragazzi omosessuali che si conoscono in un locale e che passano le seguenti 48 ore insieme. Lo sguardo del regista non si censura, mostrando tutti i passaggi di un rapporto appena iniziato, comprese le riflessioni su cosa significa essere gay all’interno di una società strutturata e sulla difficoltà di approcciarsi con i coetanei etero. La sincerità del film è così d’impatto che immediatamente si definisce Haigh come nuova bandiera del cinema gay. Il regista, pur ammettendo la sua omosessualità e andando fiero di aver mostrato al cinema qualcosa di originale, chiede al pubblico di andare oltre e capire come il suo obbiettivo rimanga legato all’indagine delle relazioni umane.

Affrontare una questione d’identità e di autenticità ha poco a che fare con l’essere gay” afferma il regista nel 2011 e conferma questa teoria con il suo film successivo, 45 Anni. Qui i protagonisti sono una coppia eterosessuale che si prepara a festeggiare il 45esimo anniversario di matrimonio, ma la scoperta del ritrovamento del corpo dell’ex fidanzata di lui mette in crisi la stabilità di coppia. Vedendo i due film con poco tempo di distanza, come è successo per chi ha seguito le uscite italiane in sale, si nota come ci sia una linea di continuità tra i due lavori per niente casuale e che ha ben poco a che fare con la questione della sessualità. Andrew Haigh in due film riesce a tratteggiare due diverse facce delle relazioni amorose: quella dell’amore giovane e quella dell’amore maturo. Il primo ha dalla sua l’ingenuità, la curiosità e la paura, il secondo l’esperienze, il tempo e la noia. 

WEEKEND: L’AMORE GIOVANE

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Glen, uno dei due protagonisti, dopo la notte passata con un ragazzo, registra sempre le dichiarazioni dell’altro su come ha vissuto il rapporto. Lo fa perché secondo lui durante il primo incontro si pensa a se stessi come una tela bianca, senza le aspettative derivanti da una lunga conoscenza, e si proietta su di essa una persona che magari non corrisponde a quella reale e che potrebbe non ripresentarsi più nel tempo. Quest’idea pasoliniana è alla base di un progetto d’arte del ragazzo ma è anche l’intuizione da cui far partire tutta la gestazione di Weekend. Sebbene infatti il film si svolga soltanto nell’arco limitato delle 48 ore, impressiona per la capacità di saper cogliere il momento in cui da un incontro casuale ed innocente si passa a quello dell’innamoramento e della volontà di impegnarsi in una relazione; è un attimo difficilissimo tanto da razionalizzare quanto da mettere per immagini.

Il ridotto budget, quindi la mancanza di ambienti e luci per poter girare, diventa un vantaggio nel momento in cui si sfrutta a favore dell’estrema intimità che si viene a creare in poche stanze tra due persone. Gli sguardi, i movimenti (spesso ripresi con la macchina a mano), sono così del tutto naturali ed autentici che lo spettatore è in grado di veder nascere  qualcosa di astratto sullo schermo. L’omosessualità, quindi, non diventa maschera o mero esibizionismo, ma una scelta dettata dalla personalità del regista che mette in scena le difficoltà reali incontrate da persone che hanno dovuto confrontarsi con una sessualità diversa dalla maggior parte dei coetanei. Weekend non fa altro che accompagnare una coppia sul nascere e meravigliarsi insieme a chi guarda di quanto l’entusiasmo e la curiosità iniziale anche in pochi giorni possa significare una rinascita e una riscoperta individuale.

45 ANNI: L’AMORE MATURO

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Quella di 45 anni è una tremenda parabola, o la versione estesa del detto “avere uno scheletro nell’armadio”. Il film si apre con la riscoperta, dopo quasi mezzo secolo, del corpo dell’allora fidanzata del protagonista disperso sulle Alpi. Un ritrovamento che distrugge l’equilibrio di una coppia sposata da 45 Anni e che mette in ballo diverse questioni: fedeltà, sincerità, destino. La vita dei protagonisti è precisa e scandita, senza figli e senza distrazioni, abitudinaria e serena, ma alla base c’è amore vero? E come sarebbe andata se non fosse avvenuto nessun incidente? Dopo tanto tempo passato insieme un anniversario può far sorgere dei dubbi su come si è arrivati al traguardo: se lo si è fatto per desiderio oppure semplicemente si è smesso di ascoltare il proprio istinto e ci si è accontentati facendo finta di credere ad un certo percorso prestabilito.

Indubbiamente la maturità dei concetti messi in scena va oltre l’età dei protagonisti e non c’è entusiasmo, né scoperta, ma si lascia molto alla riflessione personale. Il regista assume un tono più rigido nell’uso dell’inquadrature, sulla direzione degli attori e sull’uso degli ambienti sempre ordinari ed ordinati. Una differenza notevole di budget rispetto al film precedente si nota, naturalmente, ma non è quello a dimostrarne la superiorità. A monte c’è tutto un passato in comune ed un passato individuale che con il tempo si dimentica di avere, come ci si dimentica di rinnovarsi e, nel caso, di lasciar andare. Parlare come estranei e ricominciare come tanti anni prima sembra il monito finale di una riflessione, sì amara, ma anche tanto vera.

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Il suo cinema del cuore è quello che sta tra Margot Tenenbaum e Frances Ha. Una volta ha anche provato a vedere un cinecomic, ma è una cosa divertente che non farà mai più

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