Considerato come uno dei più grandi scrittori statunitensi contemporanei, Kent Haruf ha toccato i cuori dei lettori italiani soltanto dopo la morte avvenuta nel 2014 e dopo una meritata operazione di traduzione e stampa. Prendendo ad esempio proprio Le nostre anime di notte (Our Souls At Night), già di per sé postumo, si può considerare come un romanzo-sigillo dell’intero corpus harufiano ed è stato pubblicato per la prima volta in italiano solo quest’anno, probabilmente in vista della presentazione del suo corrispettivo cinematografico presentato durante la recente Mostra Internazionale del Cinema di Venezia. Con una scrittura asciutta, delicata e che tende alla essenzialità di una sceneggiatura, Haruf ha catturato in una tutt’altro che negativa prigione di parole la naturalezza dei sentimenti e la veracità delle più basilari relazioni umane, avendo come perfetta cornice la sua amata, pacifica e periferica cittadina di Holt (Colorado): come a dimostrazione del fatto che a far battere il vero cuore pulsante dell’America non è la frenesia metropolitana, ma il silenzio delle tradizionali campagne.

Però, quando una casa di produzione decide di portare sul grande schermo (o in questo caso, su una piattaforma di streaming) una storia tratta da un romanzo di successo, il pericolo più grande è da sempre quello di trasformare il materiale di partenza al tal punto da deludere le aspettative di chi ha amato sfogliarne le pagine. Ma, come si sa, i due media di riferimento sono completamente diversi ed è consequenziale la realizzazione di due prodotti andanti su binari paralleli, pur quanto simili; infatti, durante il processo di conversione, alcuni elementi necessitano anche di un cambiamento radicale e altri, invece, non raggiungono le fasi finali di scrittura (quel fenomeno che nel mondo dei linguisti viene chiamato lost in translation… come insegna anche Sofia Coppola).

“E poi ci fu il giorno in cui Addie Moore fece una telefonata a Louis Waters. Era una sera di maggio, appena prima che facesse buio. […] Dopo aver camminato sotto gli alberi, la donna svoltò all’altezza della casa di Louis. Quando Louis le aprì la porta, lei disse, Posso entrare a parlarti di una cosa?”. Questo è l’incipit di Le nostre anime di notte di Kent Haruf e se andiamo a vedere il suo corrispettivo in immagini netflixiane dello sconosciuto regista indiano Ritesh Batra (che è già al suo terzo lungometraggio), si può notare lo stesso incedere semplice e diretto degli eventi che “scateneranno” poi lo sviluppo di questa sorte di parentesi di vita romanticamente pura (mettere “scatenare” tra virgolette permette di sottolineare e anticipare che la vicenda che coinvolge i due protagonisti non è affatto arricchita da mirabolanti colpi di scena o rocambolesche scene d’azione).

Louis Waters (Robert Redford) e Addie Moore (Jane Fonda) sono due esseri umani che attraversano la senilità nella solitudine della condizione di vedovi. Morti anni prima i loro rispettivi coniugi e ormai adulti i figli, i due trascorrono l’incedere del giorno nelle proprie case deserte, ma spesso si concedono qualche piccola e svogliata fuga nel mondo esterno: il primo nel bar con gli amici burberi e pettegoli (tra cui spicca l’arrogante Dorlan Baker interpretato da Bruce Dern), la seconda invece a fare le classiche commissioni di casa con l’anziana vicina di casa Ruth (Phyllis Somerville). Quando una sera Addie chiede a Louis, con il quale in verità non ha mai avuto particolari interazioni (se non il minimo indispensabile che si richiede ad un buon vicino di casa), di poter “attraversare la notte” insieme, è l’inizio di una conoscenza che farà scalpore in tutta la piccola Holt, ma che soprattutto li aiuterà a rendere più sopportabile l’ultima fase delle loro vite.

Fin da subito, si capisce che il romanzo di Kent Haruf è stato considerato come un’ottima e ricca fucina per fare un cinema d’attori, piuttosto che d’autore. Inoltre, il coinvolgimento di una delle coppie più famose della storia dell’olimpo hollywoodiano ne è la più diretta dimostrazione. A riconferma del fatto che il cinema è un medium totalmente differente dalla pagina scritta, questa versione di Le nostre anime di notte è stata arricchita volontariamente di un retroscena che è lontano anni luce dalle parole di Haruf e che risiede invece nella passata e indimenticabile collaborazione tra Redford e Fonda. Nel primo e imbarazzante incontro tra Addie e Louis, infatti, tra un impercettibile fotogramma e l’altro, è innegabile che si nasconda l’ingombrante fantasma dell’eterno A piedi nudi nel parco, trasformando automaticamente la storia in un suo sequel ideale. E non a caso è stato scelto un regista alle prime armi, il cui occhio poi (dispiace dirlo) si azzera completamente innanzi ai corpi invecchiati dei due intramontabili divi.

L’elementarità della tecnica cinematografica utilizzata da Ritesh Batra non è stata altro che la via più semplice per focalizzare l’attenzione dello spettatore nostalgico nelle rumorose rughe di Robert Redford e nello sprizzante fisico di Jane Fonda, entrambi a proprio agio nei panni di una coppia di possibili amanti, ma purtroppo non in quelli di comuni e decadenti anziani (come invece tende a sottolineare in ogni virgola Haruf). Come detto in precedenza, i binari su cui corrono romanzo e film sono praticamente paralleli, ma teoricamente è ovvio che abbiano dei punti di contatto e si riassumono nelle scelte degli sceneggiatori. La tenerezza e l’automatica malinconia dei dialoghi e delle confessioni che traghettano i due protagonisti nel corso della notte, immediatamente metafora dell’ultimo viaggio che incondizionatamente dovremmo bene o male tutti affrontare, sono stati ripresi tali e quali dal libro ed è grazie all’abilità senza sforzo dei due divi che Addie e Louis prendono vita sullo schermo. Certo, ci sono una serie di cambiamenti sul finale che hanno lo scopo di ravvivare (cinematograficamente parlando) la lenta sequela di eventi, come ad esempio il necessario ampliamento delle battute del figlio di Addie (interpretato da un anonimo Matthias Schoenaerts), ma in fin dei conti la materia prima è stata rispettata almeno negli intenti. Va specificato che questi ultimi si possono un minimo scorciare nella compostezza delle inquadrature fisse, nei colori tenui della fotografia di Stephen Goldblatt e nella calde corde di chitarra che compongono le musiche di Elliot Goldenthal (anche se, alla fine dei conti, nessuno dei due sopracitati è al meglio delle possibilità).

Troppo canonico per presentarlo ad un festival (anche se è stato un perfetto pretesto per far ritirare ai due protagonisti il meritato Leone d’Oro alla Carriera) e troppo anonimo per sopravvivere all’interno di una serie di prodotti Netflix d’alta qualità, Le nostre anime di notte di Robert Redford e Jane Fonda (ribadisco il dispiacere di non considerare il film il risultato del lavoro di Batra) è tutto sommato un piccolo e sincero regalo per colmare la nostalgia dei due divi, ma al contempo è un’occasione sprecata sia per creare un’opera autoriale a sé stante e degna di nota (e la “sceneggiaturialità” delle parole dello scrittore americano lo potevano permettere) sia per rispettare le aspettative di coloro che volevano “toccare con mano” le vitali e umane atmosfere che Kent Haruf ha voluto per Holt e per i suoi minuscoli e sensibili abitanti.

55%
55%
Awesome

Troppo canonico per presentarlo ad un festival e troppo anonimo per sopravvivere all’interno di una serie di prodotti Netflix d’alta qualità, "Le nostre anime di notte" è tutto sommato un piccolo e sincero regalo per colmare la nostalgia dei due divi, ma al contempo è un’occasione sprecata sia per creare un’opera autoriale a sé stante e degna di note sia per rispettare le aspettative di coloro che volevano “toccare con mano” le vitali e umane atmosfere che Kent Haruf.

  • 5.5
Share.

About Author

Laureato in “Progettazione e Gestione di Eventi e Imprese dell’Arte e dello Spettacolo” con una tesi sul percorso registico di Noah Baumbach e, in particolare, sull’aspetto fotografico del suo “Frances Ha”. Adesso, specializzando in “Storia e Critica dello Spettacolo”. Incline alla disperazione quando qualcuno pone la domanda “qual è il tuo film/regista/attore preferito?” perché la risposta sarebbe sempre la stessa, ovvero un banale “io vivo di cinema”.

Leave A Reply