Normalmente ad essere considerate classici sono quelle opere sempre attuali, immuni al trascorrere del tempo, di cui non ci si stanca mai. Poi c’è Piccole Donne, che già da tempo mostra la corda, ma che continuiamo a considerare un classico per via della popolarità, apparentemente inossidabile, di cui gode il romanzo di Louisa May Alcott. Popolarità che condivide con i suoi vari adattamenti televisivi e cinematografici, su tutti l’omonimo film del 1994 con Winona Ryder e Christian Bale.

E dunque ancora una volta si chiude un occhio sul messaggio tutt’altro che femminista e sul buonismo sdolcinato da Libro Cuore per concedersi la visione di Little Women, miniserie in tre puntate in onda per altrettante serate consecutive su BBC One. D’altra parte è perfetto per il periodo festivo. Scritta da Heidi Thomas, la miniserie ruota attorno alle quattro sorelle March, ragazze molto diverse tra loro: Meg (Willa Fitzgerald), la maggiore e più responsabile; la volitiva Jo (Maya Hawke), maschiaccio e aspirante scrittrice; la timida e cagionevole Beth (Annes Elwy); e infine Amy (Kathryn Newton), capricciosa e creativa.

In assenza del padre, cappellano di guerra durante la Guerra Civile, la madre Marmee (Emily Watson) è l’unico punto di riferimento delle ragazze. Ma le loro vite sono destinate a cambiare grazie alle persone che man mano entrano a farne parte. L’amicizia con il giovane aristocratico Laurie (Jonah Hauer-King) sarà fondamentale, in particolare per Jo, mentre l’intervento più o meno diretto dell’autoritaria Zia March (Angela Lansbury) offrirà loro sia opportunità che contrasti. Anche se marginale, avrà importanza anche il personaggio di John Brooke (Julian Morris), che sposando Meg crea il primo vero strappo nella famiglia March.

Un tipico racconto di formazione che oltre all’omonimo romanzo prende spunto anche dal suo seguito, Piccole Donne Crescono, seguendo le protagoniste dall’adolescenza fino all’età adulta. Nel complesso, la fedeltà all’opera originale è notevole, ma vista l’abbondanza di materiale, e nonostante le tre puntate, la storia riesce in qualche modo a risultare affrettata. Per esempio è stata trascurata la commovente amicizia tra Beth e il vecchio signor Laurence, l’intrattabile nonno di Laurie interpretato da Michael Gambon. C’è poi il problema degli accenti: per chi guarda la miniserie in lingua originale potrebbe risultare fastidioso il guazzabuglio di parlate differenti, dovuto alla presenza di numerosi attori britannici nei panni di personaggi statunitensi. Anche per questo, nel corso della prima mezz’ora, Little Women stenta a convincere, perdendosi in una presentazione di personaggi e situazioni al limite dello stucchevole. A salvare la situazione è la perfidia di Amy, che bruciando il manoscritto di Jo ci ricorda come le relazioni fra sorelle siano raramente idilliache. Da qui in poi la serie trova un suo ritmo, ma sconta la lentezza dell’esordio con la frenesia del finale.

Kathryn Newton, nel ruolo di Amy, conferisce sia al suo personaggio che alla storia una qualità pungente che arriva quasi a sovrastare la pur bravissima Maya Hawke, non a caso figlia d’arte – i suoi genitori sono Uma Thurman e Ethan Hawke. La sua Jo è proprio come la si immagina leggendo il romanzo: ribelle ma altruista, sognatrice ma concreta quando serve. In generale tutto il cast offre un’ottima interpretazione, anche se alcuni ruoli sono un po’ sacrificati.

Tirando le somme, Little Women è una serie imperfetta, che di certo (come quasi ogni trasposizione) scatenerà le ire degli aficionados. Ma è anche un’opera interpretata con bravura e passione, che colpisce visivamente grazie alla bella fotografia e alla regia di Vanessa Caswell. In breve, solido e rispettabile intrattenimento natalizio.

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Aspirante sceneggiatrice, ha una dipendenza da popcorn e non sa vivere senza una tastiera. Nel tempo libero pratica il binge-watching e si rende impopolare snobbando Sorrentino. Estimatrice di fantasy e sci-fi e appassionata di cinema d'animazione, è portatrice sana di sindrome di Peter Pan.

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