Lost in Space: la recensione della serie Netflix

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La tendenza al rifacimento di prodotti televisivi d’epoca (più o meno di successo) sembra ben lontana dall’esaurirsi, e stavolta ci porta nello spazio: Lost in Space, remake dell’omonima serie del 1965, è approdata su Netflix il 13 Aprile.

La Resolute, una nave spaziale partita dalla Terra ormai invivibile per colonizzare l’incontaminata Alpha Centauri, viene gravemente danneggiata durante il viaggio e alcuni viaggiatori si ritrovano sbalzati su un pianeta alieno, a bordo dei loro moduli abitativi. Come nella serie originale, la storia ruota attorno alla famiglia Robinson, all’apparenza il classico nucleo tradizionale composto da padre, madre e tre figli, ma con quel guizzo di disfunzionalità che non guasta mai. Mentre i Robinson affrontano le numerose sfide poste dall’ambiente ostile del pianeta, alcuni flashback ci mostrano che sulla Terra la loro famiglia ha rischiato di sfasciarsi, a causa della distanza creatasi tra Maureen, brillante ingegnere aerospaziale, e suo marito John, soldato sempre impegnato in missioni all’estero.

Purtroppo ci sono poche occasioni di utilizzare al meglio lo stratagemma dei flashback, a causa di una sovrabbondanza di azione. I continui pericoli e le crisi da risolvere, che si susseguono l’una all’altra senza soluzione di continuità, a tratti appesantiscono la narrazione e impediscono una migliore caratterizzazione dei personaggi, dei quali sarebbe bello sapere di più. La famiglia Robinson, soprattutto, è potenzialmente meravigliosa: personaggi complessi e interessanti, interpretati molto bene, rendono facile immedesimarsi. Molly Parker (House of Cards) è una Maureen materna e al tempo stesso autoritaria, combattuta tra passato e presente, mentre Toby Stephens (Black Sails), nei panni di John Robinson, riesce a infondere calore e umorismo al classico personaggio dell’uomo d’azione. È interessante che Judy (Taylor Russell), la maggiore dei ragazzi Robinson, in questa versione sia una figlia di primo letto di Maureen; lei e la sorellastra Penny (Mina Sundwall), con i loro caratteri diametralmente opposti, formano un bel duo di figure femminili grintose e divertenti al tempo stesso. Lost in Space riesce persino nella non facile impresa di rendere gradevole il personaggio del figlio minore: se i bambini nelle storie di avventura risultano spesso insopportabili, del piccolo Will Robinson (Maxwell Jenkins) si apprezzano lo spirito d’iniziativa e la bontà che lo portano a stringere amicizia con un misterioso robot alieno. Il twist dato al personaggio del robot, che originariamente faceva parte dell’equipaggiamento terrestre ed era molto meno minaccioso, è avvincente, così come il modo in cui si ricollega al colpo di scena finale.

Il tutto conferisce alla storia di Will una gradevole sfumatura di ET l’extraterrestre, mentre in generale tutta la serie è permeata da un genuino senso di avventura vecchio stampo, con momenti alla Jurassic Park e una complessiva atmosfera alla Star Trek, enfatizzata dalle musiche.

Peccato che i comprimari vengono sfruttati poco ma, d’altra parte, nella serie originale non c’erano nemmeno. Interessante l’inserimento del contrabbandiere Don West (Ignacio Serricchio), mentre lascia a desiderare la caratterizzazione dell’antagonista, la manipolatrice Dottoressa Smith, interpretata dall’ottima Parker Posey. Sebbene sia una villain genuinamente detestabile, risulta difficile credere che le sue macchinazioni abbiano un così elevato tasso di successo nonostante abbia praticamente la scritta “cattiva” in fronte. C’è da dire che, per quanto riguarda il suo arco narrativo, ci sono scelte di sceneggiatura e regia che lasciano perplessi: passaggi di trama poco chiari, svolte improvvise, dialoghi sopra le righe. Se a questo aggiungiamo l’ambientazione bella non particolarmente originale, anche se va detto che di pianeti alieni identici al Nord America è pieno il cinema, è chiaro che Lost in Space non manca di difetti.

Ma con la sua trama coinvolgente, i suoi protagonisti a cui è facilissimo affezionarsi e quell’aria da serie sci-fi vecchio stile, un po’ come Doctor Who, rappresenta un solido prodotto per famiglie.

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Aspirante sceneggiatrice, ha una dipendenza da popcorn e non sa vivere senza una tastiera. Nel tempo libero pratica il binge-watching e si rende impopolare snobbando Sorrentino. Estimatrice di fantasy e sci-fi e appassionata di cinema d'animazione, è portatrice sana di sindrome di Peter Pan.

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