“Sunburn” è il soprannome con cui i nuovi amici di Stevie l’hanno battezzato. Il tredicenne vive con un fratello più grande che lo maltratta e una madre single. Siamo negli anni 90, i riferimenti sono evidenti: c’è il Nintendo, ci sono lenzuola con le Tartarughe Ninja, le magliette con il logo di Street Fighter…

Jonah Hill scrive e dirige Mid90s. Per restituire gli anni in cui è cresciuto parte dalla  luce “rarefatta”, così definita dal DOP Christopher Boleaut. È indubbio che l’ossessiva ripetizione del passato ha ormai invaso il cinema (e non solo). Eccolo il primo grande pregio del film di Hill, non cadere mai in questa trappola, anzi non esserne neanche minimamente tentato. Le immagini di Mid90s non cedono alla commemorazione demoralizzante del vintage, gli anni 90 non vengono  interpellati per il loro valore estetico ma  traboccano direttamente dal cuore sincero di questo Jonah Hill per la prima volta dietro la macchina da presa.

L’attore americano mette in scena con incredibile spontaneità  la sofferenza mitica che caratterizza quell’età travolgente, priva di contorni e sempre spalancata al futuro senza confini. Con una visione chiara e limpida, Hill affida ai suoi interpreti, a partire dal bravissimo Sunny Suljich, il racconto di quell’età eroica e per farlo sceglie l’arco temporale di un’estate. Il formato è di 4:3, ma anche in questo caso Hill non cede a una moda del momento, perché lo spazio ristretto in cui si stringono le immagini, evoca formalmente il calore viscerale di quelle amicizie che non torneranno mai più. Non ho mai più avuto amici come quelli che avevo a dodici anni, per citare Stand By Me, uno dei film che hanno ispirato il regista. Giorni d’estate interminabili, passate con la prima famiglia che scegliamo, fino allo spazio delle notti piene di pazze sciocchezze. Giorni in cui ogni fatto è un evento.

C’è lo skate, prima grande passione di Stevie. C’è la costanza della musica, non per colmare vuoti ma per rinforzare la pienezza esagerata di quei giorni. E c’è ovviamente anche il cinema. Non  siamo sicuri che il film sia autobiografico, e davvero poco importa. Ma forse è proprio il personaggio di Fourth Grade, sempre armato di telecamerina, a portarci direttamente in contatto con Jonah Hill, che prima attore e ora autore, si serve del suo grande amore per raccontarci una storia a cui non serve nulla di più o di meno di quello che ci mostra.

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