Ogni Tuo Respiro è una pellicola di paradossi. Agli occhi di chi guarda, la storia può apparire prevedibile oppure originale, audace o adagiata su binari sicuri per un regista al suo primo film. Si tratta infatti del debutto alla regia dell’attore Andy Serkis, noto in particolare per le sue interpretazioni in motion capture (Il Signore degli Anelli, L’Alba del Pianeta delle Scimmie). Anche la vicenda narrata è paradossale: si tratta della storia vera di Robin Cavendish, che riuscì a trovare un po’ di felicità nonostante fosse completamente paralizzato dalla poliomielite, e che sopravvisse ben oltre i pronostici dei suoi medici. Con una trama simile sono quasi inevitabili i paragoni con La Teoria del Tutto, biopic sul celebre fisico Stephen Hawking uscito tre anni fa. Ѐ vero, le due opere hanno in comune il fatto di essere biografie di persone colpite da una malattia terribile e invalidante, ma nella rappresentazione dell’infermità Ogni Tuo Respiro è più riuscito, più poetico ed elegante.

I primi minuti del film ci presentano un giovane Cavendish avventuroso e sportivo, che con la sua vitalità conquista l’irraggiungibile Diana. Appena sposati, alla fine degli anni ‘50, i due si trasferiscono in Kenya ed è qui che Robin contrae la poliomielite, che lo immobilizza dal collo in giù e lo costringe a dipendere da un respiratore artificiale. Per i medici la prognosi è chiara: pochi mesi, al massimo un anno di vita, rigorosamente in un ospedale. A questo punto Diana prende in mano la situazione: con l’aiuto di amici e parenti riporta il marito a casa, decisa a tenerlo in vita il più a lungo possibile perché possa veder crescere Jonathan, il loro bambino.

Andrew Garfield (The Amazing Spider-Man, La battaglia di Hacksaw Ridge) è brillante e commovente nel ruolo non facile del protagonista, acuto e spiritoso nonostante sia a stento in grado di parlare. E la co-protagonista non è da meno: Claire Foy (The Crown) interpreta una Diana sensibile e determinata, una donna apparentemente fragile che di fronte alle avversità dimostra una volontà d’acciaio. In breve, l’incarnazione del valore britannico vecchio stampo. Ed è molto british anche la piccola comunità che circonda e sostiene i Cavendish, sia moralmente che economicamente: per esempio i fratelli gemelli di Diana, entrambi interpretati dal sempre ottimo Tom Hollander, ma soprattutto l’inventore Teddy Hall. Impersonato da Hugh Bonneville (Downton Abbey) fu proprio Hall a ideare una sedia a rotelle che comprendeva un piccolo respiratore a batteria, in modo che Robin non fosse continuamente confinato a letto ma potesse uscire, persino viaggiare all’estero e, cosa più importante, diventare un attivista per i diritti dei disabili. A ben guardare la coralità del film è uno degli aspetti più realistici, la fedele rappresentazione di come la malattia di una singola persona possa influenzarne molte. Senza la sua famiglia e i suoi amici, a Robin Cavendish non sarebbe bastata la pur enorme forza d’animo sua e di sua moglie per sopravvivere, anzi, per vivere tanto a lungo e dignitosamente.

Qualcuno avrà da ridire sulle feste in giardino, il viaggio on the road in Spagna, l’atmosfera gioiosa di gran parte del film, che possono apparire un’esagerazione in positivo, un modo di nascondere le brutture della vita rappresentando solo gli istanti più felici. In parte questa sensazione può attribuirsi allo stile di regia di Serkis, ancora acerbo e a tratti episodico, per cui il film soffre i bruschi cambi di ritmo e la goffaggine nel raccordare alcune scene tra loro.

Ma Serkis non rifugge il dramma: è evidente già all’inizio, quando subito dopo la prognosi Robin chiede di essere lasciato morire, o durante la visita a una clinica tedesca dall’atmosfera kubrickiana, con i suoi pazienti rinchiusi in bianchissimi polmoni d’acciaio. Facendo un uso generoso di riprese aeree, il regista mette tutto in prospettiva, sia i momenti più allegri che quelli cupi, liberando il suo protagonista sia dagli spazi ristretti in cui è confinato, sia dal ricordo romanzato che ne ha suo figlio. Infatti il vero Jonathan Cavendish, che nel film ha il volto di Dean-Charles Chapman (Il Trono di Spade), è fra i produttori del film, ed è comprensibile che il suo punto di vista abbia influenzato la storia.

Alla fine, in Ogni Tuo Respiro, quello che emerge è una forza grezza, quieta, una sincerità che non può sfuggire a chiunque abbia avuto anche minimamente a che fare con la malattia. Poteva facilmente crogiolarsi negli aspetti più tristi della vita di Cavendish, invece ha puntato sul suo messaggio di speranza e, cosa che ha dell’incredibile, lo ha fatto con leggerezza, senza retoricaSi ride più di quanto si pianga” è sia una descrizione del film che la sua filosofia; e non si può fare a meno di applaudirla.

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Alla fine, in Ogni Tuo Respiro, quello che emerge è una forza grezza, quieta, una sincerità che non può sfuggire a chiunque abbia avuto anche minimamente a che fare con la malattia. Poteva facilmente crogiolarsi negli aspetti più tristi della vita di Cavendish, invece ha puntato sul suo messaggio di speranza e, cosa che ha dell’incredibile, lo ha fatto con leggerezza, senza retorica.

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Aspirante sceneggiatrice, ha una dipendenza da popcorn e non sa vivere senza una tastiera. Nel tempo libero pratica il binge-watching e si rende impopolare snobbando Sorrentino. Estimatrice di fantasy e sci-fi e appassionata di cinema d'animazione, è portatrice sana di sindrome di Peter Pan.

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