Ammesso e non concesso che parlando di un film come Okja toccherebbe scomodare ben altro che i semplici mezzi di critica cinematografica per insediarci negli impervi mari che concernono il modo di fruizione e percezione dell’immagine, per questa volta metteremo da parte le polemiche dell’ultima edizione del Festival di Cannes concentrandoci sul contenuto anziché sulla forma. Nonostante tutto sarà quasi impossibile dividere le due cose poiché, proprio per il contenuto prima citato, la forma potrebbe non bastare.

Il regista di Snowpiercer e Memories of Murders si prende l’onere e la responsabilità di portare in concorso il primo film di Cannes che non uscirà nelle sale cinematografiche, ma solo sulla piattaforma Netflix. Il problema più grande è che Okja, nella sua struttura e nella sua composizione, è il film peggiore che si possa vedere su un pc o un tablet. Le piattaforme digitali come Netflix sono il futuro e il cinema ha poco da aver paura. Ci sono immagini ed immagini e sarà sempre e solo lo spettatore a decidere da quali di esse vuole essere investito. L’ultima fatica di Bong Joon-ho è una favola ambientalista dai toni a tratti ironici. La fantapolitica di fondo e la profonda critica sociale già presente in Snowpiercer sono ormai il suo tratto distintivo e nonostante la semplicità del tema trattato la firma autoriale si sente eccome.

Forse Okja pecca del necessario realismo che necessita la lotta ambientalista, un po’ come aveva invece fatto Richard Linklater in Fast food nation undici anni prima, ma il regista sud-coreano lo sa. La sua attenzione non è puntata sul terrorismo ambientalista o sulle multinazionali senza scrupoli: questi due gruppi sono infatti disegnati sullo schermo in maniera quasi macchiettistica e caricaturale, come fossero due bambini che si azzuffano. La vera forza del film non sta nemmeno nel finale o nel rapporto tra la bestia e la ragazza protagonista; d’altronde abbiamo visto questo aspetto sul grande schermo in King-Kong, E.T. e nel più nostalgico The Iron Giant (e tantissimi altri).

okja

La potenza del film sta nel concetto di umiltà. Umiltà da parte degli attori più quotati (fantastico il trio Tilda SwintonGiancarlo EspositoJake Gyllenhaal ) nel non uscire fuori dai confini consentiti. Nessuno di loro infatti prevale sull’ altro, creando un’armonia perfetta. Umiltà nei confronti della storia, semplice, efficace e soprattutto ciclica. Il regista ci guida nella natura selvaggia, ci mostra i grattacieli e i centri commerciali e poi torna di nuovo dentro la natura. Come il ritorno alla vita di Snowpiercer anche qui sembra che Bong Joon-ho voglia dirci qualcosa: qualunque strada l’uomo prenderà, il suo posto resterà sempre quello, tra i fiumi, tra gli alberi.

L’umiltà della protagonista, sempre silenziosa ma abile nel saper padroneggiare una recitazione ridotta all’osso, ma anche pesante nei suoi risvolti politici, diventa simbolo di una semplicità che fa onore al viaggio dell’eroe che parte, lotta e ritorna a casa. Ma il concetto di ciclicità lo troviamo anche nell’ ideologia del film che ci mostra, in una maniera che solo all’ apparenza sembra elementare, la fragilità di un sistema produttivo che si autodistruggerà con le sue stesse mani. Ed è quello che accadrà al cinema se si ostinerà a combattere una battaglia che, in parte e purtroppo, è già persa in partenza. Il futuro è lento ad arrivare, ma per quante deviazioni ci ostineremo a prendere, è già scritto. E in cuor nostro lo sappiamo.

70%
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Awesome

Un film semplice ed efficace che nasconde gran cuore e abilità di narrazione

  • Voto di Michele Granata
    7
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About Author

Da sempre cerco di distaccarmi da ogni moda e tendenza esistente, di fatto illudendomi. L'imprinting melodrammatico datomi dalla visione del Re Leone in tenera età mi ha permesso di crearmi categorie estetiche che a stento riesco e modificare. E poi mi lamento se sto antipatico a tutti. Complessato peggio di Bergman, logorroico come Allen, cerco di essere intelligente come Kubrick. Purtroppo mi riescono bene solo le prime due cose.

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