Ci sono alcuni casi in cui la storia produttiva del film è più interessante del film stesso. Once rientra sicuramente tra questi, non perché il risultato finale sia disprezzabile ma perché quest’ultimo non può essere mai del tutto slegato dal come è stato realizzato. Il regista John Carney, infatti, reduce da tre lungometraggi di poco successo, decise di realizzare un film su dei musicisti irlandesi, essendo stato lui stesso un membro di una band poco tempo prima. Chiese ad un amico di scrivere i pezzi della colonna sonora e cercò di coinvolgere nel ruolo di protagonista e produttore Cillian Murphy (diventato poi celebre come protagonista di Peaky Blinders e come lo Spaventapasseri della trilogia del Cavaliere Oscuro di Christopher Nolan).

L’attore si rifiutò proprio perché spaventato dalla precarietà del progetto che infatti, alla fine, venne affidato ad attori non professionisti (Glen Hansard e Makéta Irglovà) con una carriera da musicisti professionisti alle spalle. Il budget era così basso (il 75% del costo produttivo fu coperto dalla Bord Scannán na hÉireann ed il restante 25% dallo stesso Carney) che gli attori furono costretti a coinvolgere i loro stessi amici e mettere a disposizione le loro abitazioni per le scene girate in interno. Le difficoltà maggiori, però, riguardarono soprattutto le riprese esterne per le strade della città per le quali nessuno aveva rilasciato un permesso ufficiale e che quindi furono girate con un teleobiettivo per non dare troppo nell’occhio. In 17 giorni il film fu compiuto, tra improvvisazioni e scene tagliate, ed il risultato risulta eccezionale.

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Il merito non è solo della bellissima colonna sonora (la canzone “Falling Slowly” vinse il premio Oscar come miglior canzone originale) ma anche, e soprattutto, dell’alone di verità di cui si avvale tutto il film. Once non pretende di essere un prodotto ben girato né tantomeno una testimonianza di un fatto eccezionale ma riesce a farsi carico di tutto il disagio dei protagonisti: paradossalmente le ristrettezze economiche con cui è stato realizzato sono state la risorsa migliore per adattarsi alla storia, una storia che, di fatto, si ha l’impressione che non esista per l’incapacità di mettere in scena un qualsiasi clichè cinematografico anche quando l’occasione era a portata di mano. Già dalla prima scena si poteva abusare delle stereotipo del musicista fallito che suona per la strada, invece si decide di metterlo sullo stesso piano di tanta gente che soffre per la crisi irlandese; si poteva intavolare una potente storia d’amore tra due sconosciuti che si incontrano per caso, invece si lascia tutto in bilico come è normale che sia dopo poche ore di conoscenza.

Tutti questi spunti cinematografici apparentemente non colti sono alla radice della prima grande lezione del cinema indipendente: rendere sottilissima la linea che divide vita e cinema. Per questo Once è uno di quei film che merita di essere visto soprattutto dagli appassionati di storie semplici di vita quotidiana che possono essere raccontate con poco se si ha la capacità di sfruttare i giusti mezzi narrativi. Questa abilità John Carney ce l’ha e dare una chance a Once potrebbe essere la giusta occasione per recuperare la filmografia di un regista promettente, come confermato dal suo ultimo lavoro Sing Street.

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Il suo cinema del cuore è quello che sta tra Margot Tenenbaum e Frances Ha. Una volta ha anche provato a vedere un cinecomic, ma è una cosa divertente che non farà mai più

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