Concentrare cinque acclamate novelle in una miniserie di altrettanti episodi da un’ora ciascuno può sembrare un azzardo, specie se si considera che i libri in questione, scritti da Edward St. Aubyn, coprono gran parte della vita del protagonista. Ma è la scommessa che Showtime ha voluto fare con Patrick Melrose.

Il protagonista che dà il nome alla serie è il rampollo sociopatico e tossicomane di un’aristocratica famiglia inglese. Cresciuto tra l’indifferenza della madre Eleanor (Jennifer Jason Leigh) e gli orribili abusi del padre David (Hugo Weaving), una volta adulto Patrick (Benedict Cumberbatch) passa le giornate a soffocare i suoi demoni interiori con l’uso continuo e consapevole di sostanze stupefacenti. Ma quando riceve la notizia dell’improvvisa morte di David a New York, il suo equilibrio indotto dalle droghe inizia a incrinarsi.

Ambientato nei primi anni ‘80, l’episodio pilota, che curiosamente coincide non con il primo ma con il secondo libro della serie di St. Aubyn, è un eccezionale one man show di Benedict Cumberbatch che, con bravura senza pari, mette in scena tutta la vasta gamma di emozioni contrastanti che Patrick prova, così come gli effetti mutevoli della droga (o dell’astinenza). Meno male, perché senza queste sfumature la puntata rischia di risultare parecchio ripetitiva. E anche perché la caratterizzazione del protagonista non incoraggia affatto l’empatia.

Nella sua figura si incarnano sia la critica allo scandaloso privilegio di cui gode la sua classe sociale, che il tema dell’abuso di sostanze indotto da un trauma. Ma sono due tematiche che in qualche modo si depotenziano, si annullano a vicenda, complice anche l’umorismo non sempre tempestivo e l’atteggiamento indulgente, al limite della cecità, ostentato dalle persone intorno a Patrick.

La collocazione temporale non viene sfruttata; a ricordarci che siamo negli anni ‘80 sono solo il fumo nei luoghi pubblici, un uso smodato di cabine telefoniche e l’abbigliamento di un paio di personaggi femminili. Per il resto, Patrick si muove in uno spazio atemporale e psichedelico che la simmetria delle inquadrature trasforma in una sorta di Trainspotting in versione Wes Anderson. Un’estetica curatissima e affascinante in cui però stona tremendamente l’età che si vorrebbe attribuire agli interpreti: Cumberbatch non sembra di certo poco più che ventenne, né Indira Varma potrebbe mai passare per sua zia Anne.

Patrick Melrose non sembra un vero e proprio prodotto seriale: la prima puntata potrebbe essere tanto una storia autoconclusiva quanto la prima parte di un film di cinque ore. La struttura narrativa tipica della serialità televisiva, progettata per agganciare l’attenzione dello spettatore, qui è praticamente assente; sembra che per questo si faccia più affidamento sulla fama dei libri, molto apprezzati da pubblico e critica. Se non si conoscono i romanzi, si ha l’impressione che Patrick Melrose abbia del potenziale, ma sia partito col piede sbagliato.

Share.

About Author

Aspirante sceneggiatrice, ha una dipendenza da popcorn e non sa vivere senza una tastiera. Nel tempo libero pratica il binge-watching e si rende impopolare snobbando Sorrentino. Estimatrice di fantasy e sci-fi e appassionata di cinema d'animazione, è portatrice sana di sindrome di Peter Pan.

Leave A Reply