Indossare abiti bellissimi e stravaganti, sfilare tra due ali di spettatori come su una passerella e mettersi in posa davanti a una giuria. È così che si sfidano i membri delle varie “case” di drag queens che frequentano le ballrooms di New York, in un 1987 che sembra lontano come la luna.

Ed è in questo mondo euforico e scintillante, ma anche notturno e sotterraneo, che Blanca (MJ Rodriguez) decide di lasciare la House of Abundance, guidata dalla “madre” Elektra (Dominique Jackson), per fondare la sua House of Evangelista. Non è una scelta facile, per la giovane trans, lasciare la “casa”, a metà tra una compagnia artistica e una famiglia adottiva, che le ha dato un senso di appartenenza e di direzione dopo essere stata emarginata dal resto del mondo. Ma è un’occasione per aiutare altri che, come lei, hanno sperimentato il rifiuto della società. Persone come il diciassettenne Damon (Ryan Jamaal Swain), talentuoso ballerino scacciato dai genitori perché omosessuale; o come Angel (Indya Moore), che si prostituisce per pagarsi l’operazione di cambio di sesso.

Dopo successi come Glee e American Horror Story, Ryan Murphy e Brad Falchuk, insieme a Steven Canals, ci proiettano in un mondo di luci e ombre con il consueto stile a metà tra realismo e surrealismo. Sul luccicante mondo delle “case” e delle ballrooms, sui dialoghi brillanti, teatrali e sopra le righe, incombono AIDS, violenza e segregazione. La serie non sfugge ai temi più cupi, ma li affronta a testa alta, senza edulcorarli, con una notevole dose di positività.

All’episodio pilota si perdona facilmente l’eccesso di “spiegoni” giustificato dall’introduzione del novellino Damon sulla scena newyorkese. In un’alternanza ben bilanciata di divertimento e tensione, ogni personaggio riesce a risaltare nella sua unicità, come l’irresistibile MC della ballroom Pray Tell, interpretato da Billy Porter. Dal canto suo il terzetto protagonista composto da Blanca, Angel e Damon ci trascina subito nella storia, impazienti di scoprire cosa ne sarà della nuova, insolita famiglia nata dall’unione delle loro aspirazioni. L’universalità dei sentimenti rappresentati risalta ancora di più in questa nicchia culturale, ancora sconosciuta a molti.

È affascinante anche il parallelismo con la New York rampante di fine anni ‘80, regno degli squali della finanza come Matt (James Van Der Beek), il dirigente dell’organizzazione Trump che ha appena preso alle sue dipendenze l’ambizioso Stan (Evan Peters). Il dilemma di Stan, lacerato tra una vita convenzionale con la moglie Patty (Kate Mara) e la relazione con Angel, è anche il ponte tra i due mondi.

Con il suo mix di generi e l’atmosfera da film anni ‘80 stemperata dall’assoluta modernità della narrazione, che non a caso coinvolge quasi esclusivamente interpreti queer e di colore, Pose ha le potenzialità per diventare una presenza duratura sul piccolo schermo.

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Aspirante sceneggiatrice, ha una dipendenza da popcorn e non sa vivere senza una tastiera. Nel tempo libero pratica il binge-watching e si rende impopolare snobbando Sorrentino. Estimatrice di fantasy e sci-fi e appassionata di cinema d'animazione, è portatrice sana di sindrome di Peter Pan.

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