Tratto dal bestseller di Delphine De ViganDa una storia vera”, Quello che non so di lei di Roman Polanski ne rappresenta un degno adattamento, dovuto anche al maniacale bisogno del regista di non allontanarsi troppo dalla matrice letteraria, abitudine mostrata anche in altre pellicole. La protagonista del film è Delphine, scrittrice in carriera interpretata da Emmanuelle Seigner, che a causa del suo nuovo romanzo viene minacciata da lettere anonime e accusata di aver strumentalizzato il suicidio della madre. Tutto cambierà con l’arrivo di Elle (Eva Green), una strana fan che farà di tutto per aiutarla a mettere ordine nella sua vita. Inizialmente la ragazza si rivela un sostegno prezioso ma poi, come molte altre storie ci hanno insegnato, diventerà ben più di quel che sembra.

Gli stilemi classici del thriller polanskiano ci sono tutti e il magnetico duo composto dalla Seigner e da Eva Green aiuta nell’impresa di portare a casa un film che di certo non sarà indimenticabile ma conferma l’abilità del regista nel sapere raccontare una storia attraverso ritmi calibrati e precisi. Quello che non so di lei però si regge su un enorme clichè, e su un finale decisamente spento e prevedibile. Polanski ritorna sui temi del doppio e della psiche, in particolare quella femminile, che cerca di ritrovare un desiderio e un’energia “sessuale” ormai spenta da tempo.

Ma chi è Elle? La donna dichiara di essere una ghostwriter e questo la dice lunga sul suo personaggio, misterioso e glaciale. Un doppio oscuro che metterà in difficoltà la protagonista, per la prima volta in un diretto confronto con se stessa. Sin dalle prima battute sapremo già dove la storia vorrà andare a parare, dunque non ci resta che farci guidare dalla bellissima Eva Green e raccogliere tutti i pezzi per poi, a fine pellicola, trarre le nostre conclusioni.  Il film può anche essere letto così quindi, come una parabola sul desiderio femminile e la sua energia repressa che potrebbe esplodere da un momento all’altro e la lettura psicoanalitica del film di certo aiuta a reggere una sceneggiatura che sì, è ben scritta (Oliver Assayas ci aveva già deliziato con un altro fantastico film su una coppia di donne, Sils Maria), ma pecca nel trovare un posto nel panorama odierno ormai saturo di colpi di scena.

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Da sempre cerco di distaccarmi da ogni moda e tendenza esistente, di fatto illudendomi. L'imprinting melodrammatico datomi dalla visione del Re Leone in tenera età mi ha permesso di crearmi categorie estetiche che a stento riesco e modificare. E poi mi lamento se sto antipatico a tutti. Complessato peggio di Bergman, logorroico come Allen, cerco di essere intelligente come Kubrick. Purtroppo mi riescono bene solo le prime due cose.

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