Cosa succede quando si prende un romanzo scritto da un ex agente della CIA e lo si adatta in un film di due ore e mezzo? Si ottiene qualcosa che, per parafrasare Elvis, contiene poca azione e molta conversazione.

Red Sparrow, opulenta pellicola diretta da Francis Lawrence (Io sono leggenda, Hunger Games), prende infatti spunto dal libro “Nome in codice: Diva” di Jason Matthews: questo forse spiega una mancanza di adrenalina atipica per il genere, con l’obiettivo di restituire un’immagine del mondo dello spionaggio più veritiera e “parlata”. Jennifer Lawrence (Passengers, Madre!), algida e quasi irriconoscibile con la frangetta bionda, è Dominika Egorova, ballerina del Bolshoi. In seguito a un incidente che mette fine alla sua carriera, Dominika deve trovare modi alternativi di mantenere sé stessa e la madre invalida, finendo per farsi invischiare in attività molto pericolose dallo zio Ivan (il Matthias Schoenaerts di Via dalla pazza folla e The Danish Girl), ufficiale dei servizi segreti russi.

Nel corso dell’interminabile prologo del film assistiamo alla discesa agli inferi della protagonista, costretta a frequentare un’accademia segreta dove, sotto la guida dell’inflessibile direttrice (Charlotte Rampling) diventerà una Sparrow, ovvero…non è ben chiaro. Qualcosa a metà fra una spia e una prostituta d’alto bordo. Per Dominika, che dimostra un grande talento nella manipolazione psicologica, arriva presto il momento della prima missione: scoprire l’identità di una talpa in seno al governo russo e avvicinare l’agente americano Nate Nash, interpretato da Joel Edgerton (Zero Dark Thirty, Exodus).

La storia si rivela difficile da seguire, nonostante sia ostinatamente lineare e a tratti persino prevedibile. È facile perdere di vista la trama, sorprendentemente priva d’azione, tra distrazioni come le scene di nudità e sesso totalmente gratuite, o la sovrabbondanza di interpreti di lingua inglese che sfoggiano improbabili accenti russi, come per esempio Jeremy Irons nei panni di Vladimir Korchnoi. Si punta troppo sull’estetica, la bellezza artificiosa degli ambienti, le belle musiche di James Newton Howard e il look della Lawrence; troppo poco sulla costruzione di un intreccio avvincente.

Il tutto è elegante ma freddo, esplicito nel rappresentare scene di stupro e tortura, ma allo stesso tempo privo di sentimento come la sua protagonista, che in quanto spia deve essere glaciale, ma in quanto attrice non suscita un grammo di empatia. Completa il quadro la poca chimica fra i due protagonisti, Joel Edgerton e Jennifer Lawrence, che pur essendo entrambi talentuosi formano una coppia improbabile.

Il punto forte del film è la sua protagonista, una donna forte e intelligente, al tempo stesso protettiva e vendicativa, di cui non conosciamo le vere motivazioni fino all’ultimo. Eppure, questa eroina atipica è anche una debolezza. Dominika non diventa una Sparrow, in un certo senso lo è già: la vendetta iniziale contro chi le ha sottratto la sua vita sul palcoscenico ne è la dimostrazione. Il suo talento mette a dura prova la sospensione dell’incredulità, dal momento che tutti gli altri personaggi sembrano affetti dalla stessa dissonanza cognitiva: hanno un’alta opinione delle sue capacità e al tempo stesso ne sottovalutano la pericolosità. Nel complesso, dunque, un film dalle premesse affascinanti e realizzato in modo suggestivo, ma afflitto da buchi di sceneggiatura e dalla generale mancanza di passione.

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Aspirante sceneggiatrice, ha una dipendenza da popcorn e non sa vivere senza una tastiera. Nel tempo libero pratica il binge-watching e si rende impopolare snobbando Sorrentino. Estimatrice di fantasy e sci-fi e appassionata di cinema d'animazione, è portatrice sana di sindrome di Peter Pan.

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