Rise: la recensione della serie musical con Josh Radnor

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Un po’ Glee, un po’ film anni ‘90 con prof alternativo che vuole fare la differenza in un liceo degradato: è Rise, la nuova serie musicale in onda su NBC. Sulla carta, di innovativo c’è davvero ben poco; anzi, se si socchiudono gli occhi, di tanto in tanto si intravede persino uno sprazzo di High School Musical.

Josh Radnor, ex star di How I Met Your Mother, interpreta Lou Mazzuchelli, un insegnante di inglese frustrato che decide di prendere le redini del teatro scolastico. Nella sua iniziativa scavalca la direttrice veterana Tracey (Rosie Perez), che di spettacolo sa molto più di lui, e abbandona il classico Grease per il provocatorio Spring Awakening. Mr. Mazzu, come lo chiamano i suoi studenti, è l’ostacolo più grosso alla godibilità di Rise, con la sua tendenza a calpestare chi gli sta intorno pur di raggiungere un vago ideale artistico e la negligenza verso la sua famiglia, in particolare la moglie e il figlio Gordy.

Non conosciamo le sue motivazioni profonde: sembra che si sia svegliato un giorno col desiderio di dedicarsi al teatro. Eppure nella sua entusiasta incompetenza c’è qualcosa che cattura sia noi, che guardiamo il pilot, che gli studenti della scuola: man mano che si uniscono al cast facciamo la conoscenza di Simon (Ted Sutherland), Annabelle (la Shannon Purser di Stranger Things), Michael (Ellie Desautels), un ragazzo trans, e Maashous (Rarmian Newton), che vive a scuola perché trascurato dalla famiglia affidataria. E poi ci sono le due star dello spettacolo: Robbie (Damon Gillespie), tipico atleta prestato al palcoscenico, e una bravissima Auli’i Cravalho (Oceania) nei panni di Lillette.

La creazione di Jason Katims, già autore del pluripremiato Friday Night Lights, evita l’effetto Glee grazie a un approccio più cupo sottolineato da una regia quasi documentaristica, fatta di scatti e inquadrature tremolanti. Se a ciò aggiungiamo l’ambientazione in una ex città industriale ormai impoverita, l’atmosfera non potrebbe essere più distante dal colorato successo di Ryan Murphy. Per quanto riguarda la trama, il pilot sprofonda in un pasticcio di storyline prese e abbandonate, presentazioni velocissime che non ci danno il tempo di immedesimarci nei personaggi e soluzioni affrettate. C’è abbastanza materiale nel solo primo episodio da riempire almeno tre puntate, e il finale in particolare è davvero poco plausibile nella sua ansia di risoluzione, là dove un cliffhanger sarebbe stato più adeguato.

Eppure c’è del buon potenziale in Rise: la scelta di mettere in scena un musical che tratta temi come l’aborto e l’omosessualità, in una cittadina conservatrice, susciterà di certo delle tensioni. Ne abbiamo un assaggio con Simon, che si ritrova a spiegare ai suoi religiosissimi genitori come mai interpreterà un personaggio gay. Nel complesso, lo scontro generazionale tra i ragazzi di Rise  e i loro genitori rispecchia, in modo moderno, quello raccontato in Spring Awakening. Una narrazione su binari paralleli che sì, anche in questo può sembrare pigra e poco originale, ma che potrebbe anche rivelarsi vincente.

Nel complesso, Rise zoppica alla partenza, ma con le sue irresistibili canzoni e con la bravura del cast potrebbe ancora riprendersi e trasformarsi in un gioiellino.

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Aspirante sceneggiatrice, ha una dipendenza da popcorn e non sa vivere senza una tastiera. Nel tempo libero pratica il binge-watching e si rende impopolare snobbando Sorrentino. Estimatrice di fantasy e sci-fi e appassionata di cinema d'animazione, è portatrice sana di sindrome di Peter Pan.

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