The Alienist: la recensione della serie con Daniel Brühl, Dakota Fanning e Luke Evans

0

Carrozze che scivolano lungo strade invase dalla nebbia, debolmente illuminate da lampioni a gas; quartieri in cui si alternano il lusso più sfrenato e la miseria più nera; e il corpo di una prostituta, orribilmente mutilato, lasciato in bella vista su un ponte. Non è La vera storia di Jack lo Squartatore ma The Alienist, nuova serie targata TNT, e quella che può sembrare la Londra vittoriana è in realtà la New York di fine ‘800. In entrambi i casi si parla di un serial killer che prende di mira le prostitute; in The Alienist però le vittime dell’assassino non sono donne, ma ragazzini in abiti femminili.

Daniel Brühl (Bastardi senza gloria, Captain America) impersona Laszlo Kreizler, l’alienista che dà il titolo alla serie: un esperto di disturbi mentali deciso a scoprire l’autore degli omicidi. Ad aiutarlo nelle indagini è l’amico John Moore, un illustratore del New York Times interpretato da Luke Evans (Lo Hobbit, La Bella e la Bestia). L’approccio innovativo dello psicologo, una sorta di profiler ante litteram, si scontra con i metodi rozzi del dipartimento di polizia capeggiato dal futuro Presidente degli Stati Uniti, Theodore Roosevelt (Brian Geraghty), all’epoca giovane commissario. Ma proprio dal dipartimento arriverà l’inatteso aiuto di Sara Howard, prima donna a lavorare in polizia a New York. Interpretata da Dakota Fanning (The Runaways, Twilight), la ragazza deciderà di aiutare il dottor Kreizler, di cui ammira il lavoro.

In poche scene, i personaggi vengono tratteggiati secondo rigidi stereotipi: il genio metodico e tormentato, l’aiutante libertino con cui stabilire una dinamica da buddy cop movie, e la classica figura femminile di “donna forte ostracizzata da un settore per soli uomini”. Il cast è stellare e tutti e tre i protagonisti riescono a trarre una valida interpretazione da un materiale piuttosto stantio, ma nel farlo sembrano prendere direzioni differenti, quasi tentassero di sfuggire ai propri ruoli.

Purtroppo però il senso di dejà-vu è inesorabile: a parte il già citato assassino di Whitechapel, varie scene ci ricordano altre opere recenti e di successo come Hannibal e True Detective. I dialoghi troppo scritti e una regia più morbosamente insistente che suggestiva non fanno che rafforzare la sensazione di avere di fronte un miscuglio di storie già viste. A tutto questo si aggiunge un contesto che predomina sull’azione: in modo quasi paradossale, lo sfruttamento di bambini e ragazzi costretti alla prostituzione suscita più orrore della scia di omicidi. Spesso si viene distratti dalla bellezza di costumi e scenografie e dall’accuratezza della ricostruzione storica, sottolineando una volta di più come la cura della confezione non possa compensare la povertà dei contenuti.

Prodotta da Cary Fukunaga, che originariamente avrebbe anche dovuto dirigerla, la serie si articolerà in dieci episodi e in Aprile approderà su Netflix. Ma ormai The Alienist è fuori tempo massimo: se fosse uscita nel 1994, anno di pubblicazione dell’omonimo romanzo di Caleb Carr da cui è stata tratta, avrebbe potuto essere rivoluzionaria, mentre oggi rimane all’ombra di una schiera di illustri predecessori.

Indicata per chi ha passato gli ultimi decenni senza una tv e non ha mai sentito l’espressione serial killer.

Share.

About Author

Aspirante sceneggiatrice, ha una dipendenza da popcorn e non sa vivere senza una tastiera. Nel tempo libero pratica il binge-watching e si rende impopolare snobbando Sorrentino. Estimatrice di fantasy e sci-fi e appassionata di cinema d'animazione, è portatrice sana di sindrome di Peter Pan.

Leave A Reply