“Vorrei tanto rivivere il mio disagio adolescenziale” è una frase che probabilmente nessuno, nella storia del mondo, ha mai detto né dirà mai. Chi adolescente lo è in questo momento potrà di certo apprezzare il pessimismo cosmico di The End of the F***ing World. Ma è a un’altra categoria di spettatori che la serie, tratta dall’omonimo fumetto di Charles Forsman, sembra rivolgersi: coloro che hanno un ricordo romanzato dei propri anni giovanili, ben più avvincente della realtà. Infatti quella che ci offre Jonathan Entwistle, ideatore e regista, è la rappresentazione rarefatta e disturbante di un’adolescenza che non esiste, se non nella fantasia.

La storia ruota attorno a James e Alyssa, coppia di diciassettenni in fuga da una vita opprimente e dalle rispettive situazioni familiari. La loro bizzarra relazione nasce, in modo quasi unilaterale, dal desiderio di evasione di Alyssa (Jessica Barden). Convinto di essere uno psicopatico e intenzionato a ucciderla, James, interpretato da Alex Lawther (Black Mirror, The Imitation Game), decide di assecondarla. A mettersi sulle loro tracce è la comprensiva poliziotta Eunice (la Gemma Whelan di Il Trono di Spade e The Crown). Il risultato è qualcosa che ricorda Il giovane Holden: una serie di surreali disavventure on the road, che i giovani protagonisti affrontano con suprema indifferenza.

È proprio la totale inespressività dei personaggi, certamente voluta ma esasperante, a stancare per prima lo spettatore. Lo stratagemma narrativo delle voci fuori campo, che ci svelano con sincerità i pensieri dei protagonisti, non riesce a compensarne completamente l’apatia, eppure avrebbe potuto essere un originale ed efficace spunto comico. La serie infatti ci viene presentata come una commedia drammatica, ma riesce sì e no a strappare qualche sorriso. L’aspetto drammatico, dal canto suo, è abbondante e generosamente splatter, ma rimane schiacciato sotto lo spesso strato di imperturbabilità che affligge sia i personaggi che i binge watchers. I primi, in quanto adolescenti, fingono di non interessarsi a nulla; i secondi, proprio per questo, non sempre riescono ad empatizzare. Si tratta solo di otto puntate da circa 20 minuti ciascuna; in totale poco più di due ore e mezza, ma sembrano molte di più.

Brutto segno, per una serie che affronta temi “pesanti” come la criminalità giovanile. Il problema è che, in contrasto col ritmo lento di molte scene, tutto sembra accadere troppo velocemente, per esempio il fatto che nel giro di poche ore Alyssa e James incontrino prima un molestatore, poi un serial killer. Non si ha neanche il tempo di preoccuparsi per le sorti della coppia; la tensione, se c’è, dura poco. Anche la caratterizzazione psicologica dei due ragazzi è frettolosa: il loro è sì un arco di trasformazione, un percorso di crescita, ma presenta molte forzature. In questo modo il talento di Alex Lawther e Jessica Barden, che pure sono due giovani interpreti molto promettenti, non riesce a esprimersi pienamente.

Eppure, in barba ai suoi difetti, The End of the F***ing World ha riscosso un tale successo con la messa in onda su Channel 4 da essere recentemente approdato su Netflix. Sarà perché il passaparola sui social ha amplificato l’interesse per un prodotto che normalmente sarebbe considerato di nicchia; o sarà per le atmosfere da cinema indipendente norvegese, o per le inquadrature alla Wes Anderson. Magari invece a colpire è il finale aperto. In definitiva è probabile che, una volta passata l’esaltazione per i contenuti provocatori, The End of the F***ing World finisca nel dimenticatoio.

Share.

About Author

Aspirante sceneggiatrice, ha una dipendenza da popcorn e non sa vivere senza una tastiera. Nel tempo libero pratica il binge-watching e si rende impopolare snobbando Sorrentino. Estimatrice di fantasy e sci-fi e appassionata di cinema d'animazione, è portatrice sana di sindrome di Peter Pan.

Leave A Reply