Non è subito chiaro: nel guardare la puntata pilota di The Last Tycoon, uscita un anno fa su Amazon Video, è difficile individuare esattamente la causa del sottile senso di disappunto che si prova. Ora che finalmente sono state distribuite le restanti otto puntate della serie, basta vedere il secondo episodio per capire cosa non va, e arrivati al terzo si è pronti per interrompere la visione. Il motivo? The Last Tycoon è come un bellissimo pacco regalo, splendidamente confezionato, che non contiene assolutamente nulla.

Seconda metà degli anni ‘30: Monroe Stahr, produttore cinematografico vedovo interpretato da Matt Bomer (White Collar, The Normal Heart), è ansioso di realizzare un film memorabile prima che un difetto cardiaco congenito lo uccida. Il suo progetto più ambizioso è quello di girare un film biografico su sua moglie Mina, stella del cinema muto da poco deceduta. Le riprese vengono però ostacolate da Pat Brady, proprietario dello studio cinematografico Brady American impersonato da Kelsey Grammer (X-Men): il film è troppo costoso per lo studio, duramente colpito dalla grande crisi, e inoltre non potrebbe essere distribuito nella Germania nazista, dal momento che riporta la storia d’amore fra Mina e l’ebreo Monroe. La cancellazione del film è un duro colpo per Dex, fratello di Mina e autore della sceneggiatura, che si suicida gettandosi da una passerella sospesa sul set.

Un’altra fonte di problemi per Monroe è Celia Brady (la Lily Collins di Biancaneve e Shadowhunters), figlia diciannovenne di Pat, aspirante autrice e produttrice nonostante il parere contrario del padre, che preferirebbe vederla terminare gli studi e sposarsi con un avvocato. La ragazza, intraprendente e infatuata di Monroe, gli dà l’idea di un film che, pur contenendo un messaggio di fondo anti-nazista, possa superare la censura tedesca. Ciò che Celia non sa è che Monroe intrattiene da due anni una relazione clandestina con sua madre, Rose Brady, interpretata da Rosemarie DeWitt (La La Land, Black Mirror). Tutto cambia quando entra in scena Dominique McElligott (House of Cards) nei panni di Kathleen, una cameriera irlandese incredibilmente simile a Mina, di cui Monroe si innamora perdutamente.

The Last Tycoon è (molto) liberamente tratto dal romanzo incompiuto di Francis Scott FitzgeraldGli Ultimi Fuochi, di cui ritroviamo l’ambientazione hollywoodiana e alcuni personaggi. L’opera di Fitzgerald però funge solo da punto di partenza per quello che vuole essere un grandioso affresco della realtà dell’epoca, ma che riesce solo ad accumulare spunti e riferimenti storici a casaccio, senza approfondirne nessuno.

C’è troppa carne al fuoco: la crisi economica, l’ascesa della Germania nazista in europa, gli scontri fra studios e sindacati, la rivalità fra la Brady American e la Metro Goldwin Mayer. I ritagli di giornale inseriti qua e là, o il barattolo per la colletta a favore dei lealisti spagnoli che Celia si porta in giro, non sono sufficienti a farci sentire veramente immersi nell’atmosfera degli anni ‘30. Lo stesso dicasi per i personaggi: alcuni, come Kathleen e Pat, sono tragicamente bidimensionali; altri dimostrano che non basta una somma di problemi per ottenere un carattere sfaccettato. E questo è particolarmente evidente nel protagonista Monroe, che sarà pure vedovo, con una scarsa aspettativa di vita e con un rapporto di amore/odio al limite del bipolarismo con il suo capo/figura paterna Pat, ma è comunque un genio nel suo mestiere ed è circondato da donne che farebbero qualsiasi cosa per lui, cosa che non lo rende particolarmente simpatico e che, anzi, ci siamo tutti stufati di vedere.

In questa desolazione, a spiccare sono la Celia di Lily Collins, una ragazza abituata ad avere tutto che decide di usare la sua influenza per qualcosa di positivo, e Margo Taft: una magnifica Jennifer Beals (Flashdance) nei panni di una stella del cinema che compare in sole tre puntate e, ogni volta che è in scena, mette a segno un colpo contro il maschilismo imperante a Hollywood e la mercificazione dell’individuo nell’industria dello spettacolo.

Certo, il fatto che la storia sia ambientata nell’età d’oro di Hollywood è affascinante; così come i set e i costumi, tutti bellissimi e curati alla perfezione. Ma la mancanza di una solida storia di fondo trasforma tutto in un fondale dipinto, un’impalcatura sospesa sul vuoto dalla quale, insieme al povero Dex, gli autori di The Last Tycoon sembra abbiano fatto suicidare anche la trama, e con essa la nostra attenzione.

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Aspirante sceneggiatrice, ha una dipendenza da popcorn e non sa vivere senza una tastiera. Nel tempo libero pratica il binge-watching e si rende impopolare snobbando Sorrentino. Estimatrice di fantasy e sci-fi e appassionata di cinema d’animazione, è portatrice sana di sindrome di Peter Pan.

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