Dopo aver rubato la scena al protagonista nella seconda stagione di Daredevil, Frank Castle ritorna con una serie spinoff tutta sua, ultimo frutto della fortunata collaborazione tra Marvel Television e Netflix. Il veterano in cerca di vendetta è quasi alla fine della sua caccia agli assassini della sua famiglia, ma si ritrova coinvolto in un’indagine ai più alti livelli dei servizi segreti statunitensi. L’estrema violenza e i toni pulp dei fumetti vengono però smorzati e diluiti nei tredici episodi di The Punisher, che si trasforma in un thriller politico e punta molto sull’aspetto psicologico. Non poteva essere altrimenti, nell’America delle uccisioni di massa che hanno costretto più volte a rimandare persino l’uscita del trailer.

E c’è molto dell’America moderna in questo The Punisher: lo stesso protagonista rappresenta il costante bisogno statunitense di una guerra da combattere. Jon Bernthal (The Walking Dead, Fury) è perfetto nel ruolo di Frank Castle, con i suoi incubi, la sindrome da stress post-traumatico e la determinazione, anomala nel mondo dei supereroi da fumetto, a uccidere i suoi nemici. Al suo fianco l’ex analista del NSA David Lieberman (Ebon Moss-Bachrach), costretto alla clandestinità per aver tentato di fare luce sulla corruzione nelle forze armate, lancia un’aperta accusa contro il sistema della segretezza a tutti i costi, in una sorta di versione fittizia di Snowden o Manning. Ma il tema più importante nella serie è il problema dei veterani: persone come Lewis (Daniel Webber), un giovane ex soldato che, incapace di tornare a una vita normale, si trasforma in terrorista.

Lewis rappresenta, nella sua forma più esplosiva, la follia dello stesso Punisher, bloccato in un ricordo traumatico, quello della morte dei suoi due figli e di sua moglie Maria. Ma deve esserci un metodo in questa follia, ed ecco perché le puntate della serie non sono un continuo bagno di sangue; anche se la violenza di per sé non manca, in particolare nei due truculenti episodi conclusivi. L’approccio dello showrunner Steve Lightfoot (sceneggiatore di Hannibal e Narcos) è cauto soprattutto all’inizio, cosa che può affaticare lo spettatore; ma superato lo spartiacque del quinto episodio, ricco di azione e con un’estetica da videogioco sparatutto, si viene ricompensati.

La lentezza iniziale serve a introdurre la linea narrativa incentrata sull’agente Dinah Madani: interpretata da Amber Rose Revah (House of Saddam, Emerald City), è un personaggio forte e carismatico, una donna disposta a tutto pur di portare alla luce la corruzione interna alla sua stessa organizzazione. Un po’ scontato, invece, oltre che poco sfruttato, è l’antagonista Billy Russo, interpretato da Ben Barnes (Le Cronache di Narnia, Westworld). Altro personaggio che avrebbe potuto essere più presente è la giornalista Karen Page ( la Deborah Ann Woll di True Blood e Daredevil), uno dei pochi collegamenti con la serie “madre”.

Nel complesso, The Punisher è un esperimento riuscito: a dispetto di alcune piccole mancanze la serie funziona, riesce a crearsi una sua identità distinta dalle altre produzioni Marvel-Netflix e si rende indipendente anche dal materiale sorgente del fumetto, gettando ottime basi per una seconda stagione.

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Aspirante sceneggiatrice, ha una dipendenza da popcorn e non sa vivere senza una tastiera. Nel tempo libero pratica il binge-watching e si rende impopolare snobbando Sorrentino. Estimatrice di fantasy e sci-fi e appassionata di cinema d'animazione, è portatrice sana di sindrome di Peter Pan.

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