The Son, la recensione: su AMC la nuova serie con Pierce Brosnan

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Su AMC ha debuttato lo scorso 8 aprile la serie The Son, tratta dal romanzo omonimo di Philipp Meyer. La vicenda vede come protagonista Pierce Brosnan nei panni di Eli McCollugh, patriarca di una grande famiglia benestante del Texas attiva nel mercato del bestiame. Contemporaneamente a questo filo narrativo, vengono raccontate le giornate di Eli da giovane, quando la sua famiglia è stata sterminata da una tribù di Comanche, escluso lui.

Prodotto e creato da Philipp Meyer, Brian McGreevy e Lee Shipman, il western drama racconta la genesi e la rovina della dinastia McCollugh, ad un passo dallo scomparire nel 1849 a causa di una rappresaglia da parte degli indiani e nel 1915, con i cambiamenti socio-economici (come la scoperta dei primi giacimenti di petrolio) dei primi anni del ‘900. La famiglia come significante del potere, materiale altamente infiammabile, capace di distruggere l’unità di un grande nucleo come quello dei McCollugh. Nell’ottica di The Son, la sete di potere viene disegnata come elemento imprescindibile della natura umana, radicato fin dalla nascita nell’uomo: solo attraverso il sangue e la violenza si può ottenerlo, come Eli impara durante l’esperienza con i Comanche. La serie, con la sua particolare struttura narrativa, con i continui rimandi ai giorni del 1849, scannerizza l’essere umano, il quale non può sottrarsi al passato, che sempre ritorna e sempre condiziona la propria vita e quella altrui.

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Il western drama della AMC è un ottimo esempio di serie in costume che, per ambientazioni, vestiti e trucco non ha nulla da invidiare a Westworld (che però va collocata in un altro universo, sia per genere che per qualità). Affidandosi alle interpretazioni di due ottimi attori come Pierce Brosnan (dall’accento texano e dalla prestigiosità con la quale domina la scena nei panni di Eli da adulto) e Zahn McClarnon (che dopo la seconda stagione di Fargo regala un’interpretazione curata nei minimi particolari, in un ruolo non facile come il capo della tribù indiana, nel quale convinono violenza e amore protettivo), la serie riesce ad immergere lo spettatore, grazie anche all’ottimo lavoro fotografico, nell’atmosfera dell’epoca di fine ‘800 e inizio ‘900. Uno sguardo non banale che fa riflettere sulla genesi della società del dominio economico e statunitense, pregnante di sangue e sporco di terra. Il pilot convince: si spera che non crolli il castello audiovisivo accuratamente costruito nei primi 48 minuti.

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