Troy: Fall of a City, la recensione della serie BBC e Netflix

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Trasformare un’opera letteraria in una serie tv, si sa, non è compito facile. Ancora meno quando l’opera in questione ha migliaia di anni e si intitola Iliade. Stavolta ci prova David Farr, autore di The Night Manager e Philip K. Dick’s Electric Dreams, spalleggiato dalla co-produzione firmata BBC e Netflix. Anche con queste premesse, però, non è detto che tutto vada per il verso giusto.

Troy: Fall of a City si pone l’ambizioso obiettivo di concentrare dieci anni di assedio in otto puntate. La storia prende le mosse dall’abbandono del principe troiano Alessandro, cresciuto da un pastore e ribattezzato Paride (Louis Hunter). Da adulto, Paride viene chiamato a scegliere la più bella fra tre dee, e in seguito viene riconosciuto come principe, portando a compimento due profezie: conquistare la donna più bella del mondo e portare alla rovina la sua città.

Tutti conosciamo la storia d’amore fra Paride e la regina Elena (Bella Dayne), che per lui abbandonò il marito Menelao (interpretato da Jonas Armstrong) scatenando la guerra fra la città di Troia e i regni della Grecia. La serie ha l’indubbio merito di sottolineare le motivazioni politiche, oltre a quelle “sentimentali”: il desiderio dei greci, guidati dal condottiero Agamennone (Johnny Harris), di appropriarsi di una città ricca e strategicamente vitale, con la scusa di vendicare l’affronto subito. Colpisce la contrapposizione, anche visiva, tra le fila dei greci, che comprendono in particolare l’astuto Odisseo (Joseph Mawle), e la pacifica opulenza dei troiani, guidati congiuntamente dal re Priamo (David Threlfall) e da sua moglie Ecuba (Frances O’Connor).

L’intreccio socio-politico, tuttavia, si scontra con l’aspetto più fantasy della serie, che comprende aspetti dell’Iliade spesso tralasciati dai molti adattamenti: per esempio le profezie e gli interventi, diretti e tangibili, degli dei dell’Olimpo nelle questioni umane. La scena di Atena, Era e Afrodite che si schierano con i soldati nel corso della prima battaglia è di certo di grande impatto visivo, ma stride con il tono realistico che si è voluto dare a gran parte del racconto. In più, è in contrasto con rappresentazione assai fiacca dello scontro. Poche comparse, molte nuvole di sabbia e molto slow-motion danno l’impressione di trovarsi davanti un prodotto di budget ben più basso, abituati come siamo a spettacolari scene di battaglia in serie come Il Trono di SpadeLo stesso dicasi per costumi e scenografie. A dispetto della cura per i dettagli, non sfuggono i molti anacronismi, così come in certi dialoghi decisamente troppo moderni.

Mentre apprezziamo le buone intenzioni nel dare risalto ad aspetti poco conosciuti dell’opera originale, non può sfuggirci che concentrare tanta attenzione sulla parte troiana della vicenda abbia portato a trascurare in modo imperdonabile la parte greca. Achille, il grande guerriero, appare per pochi secondi; Aiace e Diomede sono poco più che nomi sfuggenti. A onor del vero, bisogna dire che anche in campo troiano c’è chi viene trascurato: il principe Ettore (Tom Weston-Jones) e sua moglie Andromaca, che dovrebbero avere un ruolo da protagonisti, sono invece marginali e bidimensionali. Senz’altro interessante è la scelta, che ha fatto molto discutere, di affidare i ruoli centrali di Achille, Zeus e Enea ad attori di colore, rispettivamente David Gyasi, Alfred Enoch e Hakeem Kae-Kazim.

Troy: Fall of a City è una serie dai molti difetti e al tempo stesso dai molti spunti avvincenti, sulla quale è difficile esprimere un giudizio netto. Potrebbe ancora risollevarsi nel corso delle prossime puntate: sarebbe un peccato se questa bella occasione andasse sprecata.

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Aspirante sceneggiatrice, ha una dipendenza da popcorn e non sa vivere senza una tastiera. Nel tempo libero pratica il binge-watching e si rende impopolare snobbando Sorrentino. Estimatrice di fantasy e sci-fi e appassionata di cinema d'animazione, è portatrice sana di sindrome di Peter Pan.

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