Il ventenne Alessandro vive ogni giornata con l’indolenza di chi non vuole crescere mai, attraversando il quartiere romano di Trastevere tra una scorribanda e l’altra, con l’esuberanza e l’arroganza di chi vede il futuro come una gara fatta per fregare il prossimo, per posticipare l’approdo al grigiore dell’età adulta, che non promette impese eccezionali ma solo ricordi impotenti di aspirazioni infrante. L’incontro con l’ottantenne Giorgio, poeta ormai dimenticato affetto da Alzheimer, gli cambierà la vita: il lavoro come accompagnatore-badante dell’anziano signore gli schiuderà dinanzi possibilità di conoscere, vivere, sentire mai sperimentate prima. In Tutto quello che vuoi Francesco Bruni torna con maggiore profondità e precisione sulla tematica dell’incontro-scontro tra generazioni, un incrocio, un’intersezione che trasforma la diffidenza in arricchimento, in regalo reciproco. Solo così il pigro Alessandro, che non chiede alla vita più di un giro di fumo, di poker o di playstation, riesce a carpire la bellezza delle parole e dei gesti, l’anima dietro l’arte, l’importanza del passato. E Giorgio può rivivere un tempo, una gioventù, un ricordo avvolto da mistero e legato alla guerra, sepolti nei ricordi.

Il tempo sembra proprio essere il concetto chiave di questo film così leggiadramente poetico e delicato, in questo racconto che ci parla di noi, dell’importanza di conciliare la foga verso il futuro con la curiosità e il ricordo per ciò che è stato, altrimenti il rischio è di perdere il passato per sempre, e con esso la nostra identità. Ma siamo ancora in grado, in quest’epoca che sembra far passare la propria memoria come su una RAM, di costruire una vera consapevolezza identitaria? La risposta sembra risiedere, ancora una volta, come in Scialla!, nell’ibridazione dei registri, nelle fusioni di dialetti, inflessioni, comportamenti, nei rapporti affettivi che tracciano la demarcazione profonda di ciò che siamo e possiamo diventare. Come il tenero e commovente abbraccio che scioglie la scorza di Alessandro, quando Giorgio, il poeta-nonno, lo chiama finalmente per nome (il nome giusto!).

Tutto quello che vuoi è un’opera arguta e scanzonata, che (come ci ha già abituati Bruni) gioca con le diverse sonorità della lingua italiana, sfruttando gli approdi comici degli scarti dialettici, mescolando alto e basso, sublime e terreno. Per parlarci di altro ancora, mettendo in relazione due ritmi generazionali così distanti tra loro, con una leggerezza soltanto apparente. Bruni non soltanto tratta con delicatezza e rispetto il tema della malattia, ma conferma il talento nella scelta delle facce, dei corpi attoriali giusti, tra scoperte (come nel caso di Andrea Carpenzano) e riscoperte (Giuliano Montaldo). E se pure non tutto funziona alla perfezione, il film viaggia con una spontaneità che non perde mai in scorrevolezza narrativa, in un continuo andirivieni tra essenza corale e duo, tra un intermezzo on the road da buddy movie e poetiche passeggiate al parco sospese nel tempo.

75%
75%

In Tutto quello che vuoi Francesco Bruni torna con maggiore profondità e precisione sulla tematica dell’incontro-scontro tra generazioni, un incrocio, un’intersezione che trasforma la diffidenza in arricchimento, regalo reciproco.

  • Voto di Nicoletta Scatolini
    7.5
Share.

About Author

Per me il cinema è un meraviglioso gioco, o un gioco meravigliosamente serio. Che viaggia al confine tra il Maestro della suspense Hitchcock, il nonsense dei fratelli Marx e di Mel Brooks, la poesia di Chaplin. Fino a toccare le acrobazie linguistiche di Tarantino, e quelle fisiche del cinema di Hong Kong.

Leave A Reply