The Leisure Seeker è il soprannome del vecchio camper con cui Ella (Helen Mirren) e John Spencer (Donald Sutherland) andavano coi figli Will e Jane negli anni Settanta. Una mattina d’estate, senza dirlo ai cari, la coppia decide di intraprendere un ultimo viaggio su quel veicolo per scappare dalla prigionia delle cure mediche: lei è affetta da un tumore ma sempre lucida e combattiva, lui soffre di improvvise perdite di memoria che lo rendono molto fragile. La destinazione di questa avventura è la casa in cui ha vissuto Ernest Hemingway, lo scrittore a cui John ha dedicato tutta la propria vita professionale (è stato un insegnante di letteratura). Lungo il tragitto, destinato ad essere contemporaneamente esilarante e pericoloso, Ella e John avranno l’occasione di ripercorrere le tappe della loro devota e toccante storia d’amore e ci sarà anche tempo per delle importanti rivelazioni.

A quanto pare, quando un regista italiano sente l’invitante profumo delle terre americane, la prima mossa è quella di re-interpretare quel tema ancora “scottante” che sta alle profonde e radicate fondamenta dell’esistere a stelle e strisce, ovvero il viaggio on-the-road. Basti pensare a  This must be the place di Paolo Sorrentino, il quale è andato rovinosamente a perdere la propria autorialità (e italianità) in favore del canone straniero. Paolo Virzì, che non è alle prime armi con i veicoli lasciati andare su lunghi tragitti a tappe anche metaforiche (la divertente e folle corsa di Beatrice e Donatella in La Pazza Gioia), tenta lo stesso tema cercando di evitare i cliché e di rimanere fedele ad un certa italianità: “non ho attraversato l’oceano per diventare un regista americano” ha detto durante un’intervista per la Mostra.

the leisure seeker

Fin alle prime scene si capisce che la fuga di Ella e John, due anziani che non hanno più tutta la vita davanti, in verità è solo un pretesto per tirare le somme di una lunghissima e movimentata storia d’amore. Non ci sono illuminanti prese di coscienza, non ci sono eroi e anti-eroi, non ci sono nemmeno dei comprimari che vanno oltre pochissime battute (per esempio, i due figli che cercano di riportare i genitori a casa si vanno a perdere durante la via), ma ci sono solo due esseri umani che vogliono aggrapparsi voracemente alla vita, o almeno ai suoi ultimi centellinati attimi. Ed è questo sguardo dolce, intimo, toccante e straordinariamente vero ad essere il marchio di fabbrica di Virzì più importante, visto che anche la sceneggiatura è tratta dall’omonimo libro di Michael Zadoorian. Una struggente e sfrenata narrazione antropologica che porta lo spettatore ad un lento e malinconico svuotamento, sia per le risate sia per le lacrime (ed entrambe potrebbero essere molte). Tutte cose che invece mancano al simile Our Souls at Night con Robert Redford e Jane Fonda, presentato qualche giorno fa al Lido.

Purtroppo, come si poteva temere (ma poi giustificare), è l’impronta registica di Virzì che viene meno in più punti, lasciandoci assaporare solo qualche sprazzo ripreso dalla sua già importante filmografia (la camera a mano che incalza sui volti). Ma perché gli si può perdonare? Perché il regista livornese si inchina letteralmente ai suoi due protagonisti, mostri sacri del cinema, che non hanno bisogno di niente se non di una finestra attraverso cui mostrarsi. Helen Mirren e Donald Sutherland prestano le loro anime a Ella e John, danzando attraverso i loro turbamenti, le loro sofferenze, ma sopratutto i loro sentimenti, i quali scorrono in maniera fluviale attraverso ogni singolo fotogramma.

“Siamo in paradiso?” chiede John davanti ad un lago che si specchia su un tenero cielo roseo. “Potrebbe” risponde Ella, assecondando il romantico vaneggiamento del marito. “Speriamo solo che ci siano gli hamburger” dice John con una semplice e ironica battuta, in grado di racchiudere il senso di tutto il film.

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Helen Mirren e Donald Sutherland prestano le loro anime a Ella e John, danzando attraverso i loro turbamenti, le loro sofferenze, ma sopratutto i loro sentimenti, i quali scorrono in maniera fluviale attraverso ogni singolo fotogramma. 

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Laureato in "Progettazione e Gestione di Eventi e Imprese dell'Arte e dello Spettacolo" con una tesi sul percorso registico di Noah Baumbach e, in particolare, sull'aspetto fotografico del suo "Frances Ha". Adesso, specializzando in "Storia e Critica dello Spettacolo". Incline alla disperazione quando qualcuno pone la domanda "qual è il tuo film/regista/attore preferito?" perché la risposta sarebbe sempre la stessa, ovvero un banale "io vivo di cinema".

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