Fin dai suoi primissimi esordi, Darren Aronofsky ha avuto il coraggio di dimostrarsi un regista ambizioso e fuori dagli schemi, in grado di superare i confini di un cinema americano canonico e tendente alla ripetizione. Con π – Il teorema del delirio s’era guadagnato un posto all’interno degli esperimenti cinematografici postmoderni grazie ad un montaggio ipercinetico e ad un bianco e nero a grana grossa che condiva l’ossessione del protagonista di un’atmosfera da incubo (e che omaggiava in qualche modo il grande David Lynch). Nel seguente Requiem for a Dream, invece, pur mantenendo un delirante e violento susseguirsi di dipendenze e speranze mancate, qualcosa di diverso stava maturando nell’occhio del regista, un qualcosa che tendeva verso una simbologia molto più complicata e richiedente un salto d’intelligenza nello spettatore. Poi, come una vera e propria dichiarazione d’intenti, è arrivato l’ipertrofico The Fountain – l’albero della vita (presentato alla 63° Mostra del cinema di Venezia), una melanconica odissea “new age” nata dalla fusione tra svariate teorie religiose sul grande mistero della vita. Dopo queste prime tre opere che sembrano compiere un’escalation in fatto di insostenibile esagerazione, per Aronofsky è sembrato giusto rivedere le proprie priorità e buttarsi su del materiale più asciutto e terreno (e proprio per questo bisognoso di molta più attenzione): ecco che sono arrivati i suoi due capolavori sul sacrificio, la disperazione di The Wrestler e l’incubo de Il Cigno Nero, i quali sembrano appartenere ad un dittico per quanto sono simili sia in ambito estetico (la camera a mano che non stacca mai dai protagonisti) sia in quello narrativo (fino a quanto si può perdere per inseguire un sogno?). Il suo penultimo e (quasi) imbarazzante Noah, invece, non ha bisogno di particolari spiegazioni, ma è utile per capire una propensione del regista alle storie bibliche e ai loro significati intrinsechi.

Questa lunga premessa è funzionale a spiegare cosa in effetti sia mother! e perché sia stato realizzato in quel preciso modo. Da quando sono trapelate le primissime notizie sul suo nuovo film, Darren Aronofsky ha intelligentemente nascosto qualsiasi dettaglio che potesse anticipare la storia che ruota intorno alla coppia interpretata da Jennifer Lawrence e Javier Bardem. Infatti, adesso che è stato visto e consequenzialmente raccontato, il suo misterioso fascino va necessariamente a perdersi. In verità, la campagna promozionale aveva già compiuto un piccolo passo falso, mostrando un poster che riprendeva il design di quello dell’indimenticabile Rosemary’s Baby. Purtroppo, molti degli sconvolgenti snodi narrativi di cui il film di Aronofsky è pieno sono espliciti (anche fin troppo) omaggi al film di Roman Polanski e questo, inevitabilmente e drasticamente, ne depotenzia il mastodontico lavoro. Per fortuna però, come ci si poteva aspettare, mother! prosegue attraverso una complessa stratificazione di sensi e simboli, che possono essere colti dallo spettatore in base ad aspetti come la cultura personale o la sensibilità del momento.

Una pressante e stancante camera a mano anticipa (letteralmente) il percorso del personaggio di Jennifer Lawrence, che ansima tra le stanza di una decadente casa che lei stessa sta cercando di ricostruire. Essendo costantemente sul volto (ahimé) mono-espressivo dell’attrice, lo sguardo di Aronofski non ci permette di capire che cosa stia accadendo al di fuori delle emozioni della protagonista, la quale cerca disperatamente di rattoppare (anche qui, letteralmente) le crepe di un rapporto matrimoniale fallimentare già dalla sua partenza. L’estrema dedizione per il poeta in crisi di Javier Bardem viene messa a dura prova dall’arrivo degli invasivi ospiti di Ed Harris e Michelle Pfiffer (la più in parte di tutti), che non si fanno scrupoli a mettersi in mezzo, a sputare spiacevoli sentenze e a rubare loro quell’intimità che servirebbe a ridurre la tragica lontananza. Con l’arrivo dell’inaspettata (per noi spettatori, no) gravidanza, la situazione sembra essere in grado di risollevarsi, ma ecco che qualcos’altro è pronto ad insinuarsi nuovamente e rovinosamente tra i due, portandoli all’interno di una terrificante e interminabile apocalisse (di nuovo, letteralmente).

Schiacciando i suoi interpreti sotto una mano pesante che accelera sui grandi misteri della fede e su ricercatissime e torrenziali immagini dal forte impatto visivo, Darren Aronofski tenta di creare la propria versione del Vecchio Testamento, ragionando sul più basilare degli amori tragici e su altri temi universali come il sacrificio, la dedizione, l’ispirazione, l’ossessione, il fanatismo e (il più importante di tutti) la creazione artistica e umana. Così facendo, mother! è il punto più estremo, violento, horror, pretenzioso e complesso della sua intera filmografia, ma questo non include necessariamente un’ottima riuscita. In molti lo adoreranno e ne fruiranno fino a spolparlo, tanti altri invece lo eviteranno come la peste, perché è difficile, in fin dei conti, scorgere un barlume di sana purezza in mezzo a tutto quello che il regista cerca disperatamente di raccontarci. Sicuramente è un’opera che va rivista più volte per poterne apprezzare l’originalità proposta (che spesso viene anche sputata, proprio a dimostrazione che Aronofski si può permettere di fare ciò che vuole). Resta il fatto che mother! possa scaturire anche un’involontaria risata in più punti, soprattutto se non si è predisposti a farci accompagnare nel delirio di onnipotenza di un autore controverso che, proprio per questo motivo, riesce a rimanere su lidi sempre interessanti.

65%
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Schiacciando i suoi interpreti sotto una mano pesante che accelera sui grandi misteri della fede e su ricercatissime e torrenziali immagini dal forte impatto visivo, Darren Aronofski tenta di creare la propria versione del Vecchio Testamento, ragionando sul più basilare degli amori tragici e su altri temi universali.

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About Author

Laureato in “Progettazione e Gestione di Eventi e Imprese dell’Arte e dello Spettacolo” con una tesi sul percorso registico di Noah Baumbach e, in particolare, sull’aspetto fotografico del suo “Frances Ha”. Adesso, specializzando in “Storia e Critica dello Spettacolo”. Incline alla disperazione quando qualcuno pone la domanda “qual è il tuo film/regista/attore preferito?” perché la risposta sarebbe sempre la stessa, ovvero un banale “io vivo di cinema”.

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