Ebbing, Missouri. Sono passati mesi da quando la figlia di Mildred Hayes (Frances McDormand) è stata brutalmente stuprata e uccisa. L’assassino (o gli assassini) non sono ancora stati trovati e per questo Mildred decide di affittare tre manifesti stradali su cui scrivere uno scioccante e provocatorio messaggio diretto al rispettato sceriffo William Willoughby (Woody Harrelson). Assieme al suo infantile e aggressivo secondo, Jason Dixon (Sam Rockwell), William cercherà di convincere Mildred a cambiare la sua estrema posizione, dal momento che quei manifesti riescono a sconvolgere la tranquillità dell’intera cittadina. Anche il suo violento ex marito Charlie (John Hawkes) e l’amato figlio Robbie (Lucas Hedges) non sembrano andare d’accordo con le scelte di una madre dall’animo profondamente e irreversibilmente distrutto.

Che cosa si può e non si può scrivere sui manifesti? Questa è la domanda che si pone Mildred, dopo aver pianificato la rottura di un rumoroso silenzio calato sulle strade della piccola Ebbing. Un silenzio causato dall’incertezza e dall’inerzia, ma soprattutto da coloro che hanno dimenticato l’importanza di avere un determinato ruolo sociale all’interno della comunità. Quindi, con quei tre sconvolgenti manifesti, Mildred non solo cerca di ricordare allo sceriffo Willoughby (e di conseguenza al vice-sceriffo Dixon) quali siano i propri compiti all’interno della cittadina di Ebbing, ma crea anche un vero e proprio “manifesto”, nel senso di testimonianza scritta che si fa portavoce di una corrente di pensiero bisognosa di attenzione e di “vendetta”. Infatti, come ha detto la stessa Frances McDormand in conferenza stampa, nella lingua inglese non esiste un vero e proprio termine che definisca un genitore reduce dalla perdita di un figlio; esiste la parola “vedovo” e la parola “orfano”, ma nessun termine che indichi quel particolare status. Ma tornando alla domanda iniziale, è giusto quindi rendere così pubblico il proprio pensiero? È giusto applicarsi così tanto per un vendetta personale al di fuori della legge e di quelle regole che cercano di tenere in piedi la complessa architettura del quieto vivere?

In Three Billboards Outside Ebbing, Missouri, il premio Oscar Martin McDonagh cerca di dare una risposta a tutto questo, allestendo di riflesso il proprio “manifesto” cinematografico. Proprio come la rivoluzionaria e implacabile Mildred, che mette in luce il malfunzionamento della sua comunità, il regista britannico smaschera la società americana dell’era Trump e ne evidenzia una terribile e sfaccettata oscurità. Il carico e disturbante sottobosco della piccola Ebbing si fa metafora complessa del presente, contenendo al suo interno una serie di realistiche figure umane che superano inevitabilmente la prigionia di uno stereotipato ruolo. Nessuno è buono, nessuno è cattivo, tutti sono entrambi e per questo motivo c’è bisogno di un indirizzamento verso il giusto e il necessario, in modo tale che il particolare possa diventare universale. E non a caso, il personaggio della straordinaria Frances McDormand inveisce contro il prete della città, accusandolo degli innumerevoli stupri minorili che la Chiesa ha cercato negli anni di coprire sotto la sabbia; tutti facciamo parte di un gruppo e tutti sono responsabili allo stesso modo se quello stesso gruppo non funziona come invece dovrebbe.

L’opera terza di McDonagh è una dark dramedy sulle responsabilità, sia che siano riferite ad un più particolare contesto familiare sia che siano invece riguardati un più ampio contesto sociale. Ed è per questo motivo che l’omofobo e razzista vice sceriffo del sempre sottovalutato Sam Rockwell, a cui è dedicata un piano sequenza da antologia che è bene chiamare semplicemente “della defenestrazione” (evitando così gli spoiler), risulta essere a tutti gli effetti il vero protagonista dell’intera vicenda. Un personaggio ambiguo e incontrollabile che necessita di un infuocato percorso evolutivo ed a guidarlo non può essere niente di meno che la burbera e violenta Mildred della McDormand (ad un ironico “sei una vecchia troia” del figlio Bonnie, lei risponde “io non sono vecchia”), la quale è da sempre capace di sconvolgere gli animi dello spettatore con una strabiliante e variegata sfera espressiva ed emotiva. Si ride di gusto e ci si inquieta nel profondo, si piange per immedesimazione e ci si spaventa per associazione… Three Billboards Outside Ebbing, Missouri di Martin McDonagh è a tutti gli effetti quel film capolavoro che merita una pioggia di riconoscimenti adatti per la sua umana complessità e, consequenzialmente, grandezza.

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Si ride di gusto e ci si inquieta nel profondo, si piange per immedesimazione e ci si spaventa per associazione… Three Billboards Outside Ebbing, Missouri di Martin McDonagh è a tutti gli effetti quel film capolavoro che merita una pioggia di riconoscimenti adatti per la sua umana complessità e, consequenzialmente, grandezza.

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About Author

Laureato in "Progettazione e Gestione di Eventi e Imprese dell'Arte e dello Spettacolo" con una tesi sul percorso registico di Noah Baumbach e, in particolare, sull'aspetto fotografico del suo "Frances Ha". Adesso, specializzando in "Storia e Critica dello Spettacolo". Incline alla disperazione quando qualcuno pone la domanda "qual è il tuo film/regista/attore preferito?" perché la risposta sarebbe sempre la stessa, ovvero un banale "io vivo di cinema".

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