Tempi duri per William Shakespeare. Dopo il flop della serie Still Star-Crossed, sequel di Romeo e Giulietta (qui la recensione), a scomodare il Bardo arriva Will, serie statunitense trasmessa da TNT che ne racconta gli anni giovanili in chiave romanzata. Il britannico Laurie Davidson interpreta uno Shakespeare ingenuo e romantico che, lasciati moglie, figli e un noioso impiego come guantaio, si trasferisce a Londra per tentare la sorte nel rutilante mondo del teatro. Ad accoglierlo è la scalcinata compagnia teatrale capeggiata da James Burbage, impresario e attore interpretato da Colm Meaney (Star Trek). In difficoltà per essere stato appena abbandonato dal suo autore di punta, ovvero il famoso drammaturgo Christopher Marlowe (il Jamie Campbell Bower di Sweeney Todd e Shadowhunters), Burbage accetta malvolentieri di mettere in scena la prima opera scritta da William. Quest’ultimo, superata l’emozione del primo ingaggio, si rende conto che la vita in teatro non è facile: oltre alle critiche di Burbage, deve ben presto fare i conti con l’atteggiamento da divo di Richard, giovane attore interpretato da Mattias Inwood (Le Cronache di Shannara), e con le intemperanze del veterano Kemp. A vestire i panni di Kemp, noto attore comico e co-fondatore del teatro, è William Houston (Sherlock Holmes, Dracula Untold). Ad aiutare e spronare William nella scrittura è Alice (Olivia DeJonge), l’intraprendente figlia di Burbage; fra i due nasce subito un’attrazione.

Fuori dal teatro, William deve affrontare i pericoli legati alla sua condizione di cattolico in terra protestante. A dargli la caccia è Ewen Bremner (Trainspotting, Wonder Woman) nel ruolo di Topcliffe, investigatore e torturatore dedito alla persecuzione (nonché allo sbudellamento) dei cattolici, che collabora segretamente con Marlowe. Topcliffe viene messo sull’avviso da Presto (Lukas Rolfe), un bambino di strada che si guadagna da vivere derubando i passanti, e che sogna una vita migliore per sé e per sua sorella.

Come si può vedere c’è molta carne al fuoco: anzi, persino troppa, considerando che per la maggior parte è carne scaduta da un bel pezzo. Il senso di déjà vu è fortissimo. Per quasi tutto l’episodio si ha la sensazione di trovarsi di fronte a un collage di spunti riciclati: l’amore tormentato da Shakespeare in Love, l’istrionismo e il miscuglio di epoche da Il destino di un cavaliere, la prostituta e il moccioso di strada da I Miserabili. Tutte cose che di per sé potrebbero funzionare, ma che risentono di una narrazione sciatta, che vuole sembrare innovativa senza osare. Prendiamo ad esempio i costumi anacronistici e la colonna sonora moderna inseriti in un contesto cinquecentesco: l’accostamento potrebbe risultare interessante, se non fosse che paragonare l’opera di Shakespeare alla scena punk è visivamente insopportabile e che London Calling dei Clash in sottofondo, durante l’arrivo a Londra del giovane William, è tanto smaccatamente telefonata da far venir voglia di interrompere la visione dopo soli cinque minuti. Così come, prevedibilissima, arriva la scena del borseggio che lo sprovveduto e campagnolo William subisce appena mette piede nella metropoli tentacolare. Le sottotrame cupe, in particolare quella sulla persecuzione dei “papisti”, non riescono a smorzare la suddetta prevedibilità, ma solo a creare confusione con repentini cambi di registro. La sgradevolezza generale è resa ancora più evidente dai pochi elementi positivi, come l’innegabile alchimia fra William e Alice (merito più del talento della DeJonge che dello stucchevole Davidson) o una qualsiasi fra le scene incentrate su Marlowe, grazie all’ironica e ambigua interpretazione di Jamie Campbell Bower. Menzione d’onore per la gara di versi alla taverna, una sorta di rap battle ante litteram, nella quale William mette per la prima volta in mostra il suo talento nell’improvvisare rime. Anche qui nulla di nuovo, ma è piuttosto divertente.

La messa in scena sgargiante e anacronistica è uno dei più grossi ostacoli alla fruizione della puntata. Trattandosi di una serie scritta da Craig Pearce, noto co-autore di Baz Luhrmann (Romeo+Juliet, Moulin Rouge, Il Grande Gatsby), l’estetica non poteva che essere esagerata; è la provocazione priva di buon gusto che trasforma il tutto in un vero pugno nell’occhio. Tuttavia ciò che davvero non funziona nel pilot diretto da Shekhar Kapur (regista di Elizabeth e Le Quattro Piume) è il protagonista, del tutto privo di un qualsiasi arco di trasformazione: William non va a Londra per diventare Shakespeare, lui è già Shakespeare. Appena mette il naso in un teatro gli viene affidato lo spettacolo dell’indomani; non deve lottare per far riconoscere il proprio talento perché persone appena incontrate, come Alice e Marlowe, immediatamente credono in lui. Senza un percorso più articolato che porti il protagonista da guantaio a grande drammaturgo, il viaggio di William non è altro che una fuga da una vita monotona e opprimente, una corsa verso fama e fortuna. Insomma, se iniziate la visione di Will in cerca di un punto di vista originale sulla vita del Bardo, preparatevi a una cocente delusione.

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Aspirante sceneggiatrice, ha una dipendenza da popcorn e non sa vivere senza una tastiera. Nel tempo libero pratica il binge-watching e si rende impopolare snobbando Sorrentino. Estimatrice di fantasy e sci-fi e appassionata di cinema d'animazione, è portatrice sana di sindrome di Peter Pan.

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